La giornata si era appena fatta assolata, dopo un inizio davvero poco promettente. L’ampio prato davanti alla casa di Eva era ancora leggermente bagnato, ma decidemmo comunque che non lo fosse abbastanza per farci stare in piedi, o per farci cambiare aria. Il pallido sole che cominciava a fare capolino tra quelle nuvolacce illuminava esattamente il nostro lembo di terra, ma in ciò non vi era davvero nulla di metafisico o simbolico. Eva prese a parlare per prima e mi parve davvero bella.
Quando esco con le ragazze sulle prime preferisco starmene zitto per un po’, un po’ per spavalderia, un po’ perché generalmente non ho proprio nulla da dire, alle ragazze; e la spavalderia è la miglior copertura possibile per questa cosa qua. Sul serio. Eva dapprima si sedette di fronte a me, poi poggiò la nuca sulle mie gambe incrociate a mò d’indiano, e si mise a guardare il cielo. La cosa m’indispettì, non lo nascondo.
-Mia sorella ha detto che sei proprio carino, lo sai? Disse con quella sua vocina da ragazza capricciosa
-Ah sì? E quando mi avrebbe visto, per esprimere un tale giudizio? risposi col mio tono strafottente e forbito.
-Ma nella foto che mi hai regalato, non ricordi? La foto che mi hai regalato, quella in cui fai la faccia da Clint Estwood.
Mai regalato foto, e mai fatto facce da Clint Estwood.
-Sei pazza, se ti amassi ti amerei per questo. Ma non ti amo, almeno non nell’accezione comune nel termine.
Forse IO ero pazzo, o almeno ci provavo.
Eva si tirò su e finse di darmi una sberla, mentre sghignazzava in mezzo a quei capelli d’oro.
Lì per lì mi venne in mente di darle un bacio, e ,dio mi è testimone, lo feci.
La stringevo con le mani e le sussuravo parole dolci, smentendo la mia aria da macho e insabbiando le mie vere intenzioni. Lei ognitanto staccava le sue labbra dalle mie per guardarmi negli occhi, e rideva. Rideva molto spesso. Mi piaceva molto, quando rideva, e lei rideva davvero spesso. Ci sdraiammo scordandoci dell’erba bagnata, e parecchi fili d’erba si appiccicarono ai nostri giovani corpi. Che pulsavano e si desideravano. Le afferrai una mano e le dissi che volevo fare l’amore.
-Sì piccolino, anch’io lo voglio.
Questo piccolino lo ressi a meraviglia.
Non l’avevamo mai fatto. Insieme noi due, intendo. Ci conoscevamo da poche settimane.
-Lo voglio tanto, sul serio. Ma a casa mia è impossibile, c’è Winky, il funambolo.
Il mirabolante Winky, il nano del circo di Sarajevo, l’amante della mamma di Eva.
Una volta ero in giardino con Eva, l’avevo appena riaccompagnata, e lui fece capolino dal capanno degli attrezzi con il suo minuscolo monociclo. Mi si avvicinò, e mi offrì un sigaro, guardandomi con quegli occhiettini piccoli e torvi. Io dovevo avere ancora la faccia semi-paralizzata dallo stupore, tanto che Winky scese dal monociclo, si accese un sigaro guardando fisso a terra, e cominciò a parlare -Ho iniziato a lavorare nel circo spalando la merda dei cavalli nani. Dapprima pensai che mi affibbiarono quell’ incarico miserabile perché ero un nano come i cavalli. In effetti si può dire che le cose stavano così, ma poi ho capito il vero motivo, il circo sa essere un perfetto maestro di vita: quando arrivi in un posto nuovo, un nuovo ambiente, devi far sì di sviluppare la tua prospettiva delle cose, e farla calzare a pennello su tutto il resto. Così sarai un vincente, e lo sarai già da quando la tua paga sarà ancora la più bassa di tutte. Se ti sforzi di assumere il punto di vista di qualcun altro, magari di un tuo superiore, tradisci te stesso, e non solo: lo elimini, lo uccidi, per usare un’espressione cara ai poeti di mezza tacca. Il ragazzo che non ha voluto spalare merda di cavallo nano, preferendo cenare con hamburger e aranciata sognando un posto da dirigente, e sognando qualcuno a cui imporre la propria prospettiva, non è più il ragazzo che era prima di entrare in quel nuovo mondo. Sei andato per metà, invecchiato e tutto il resto. Sì, c’entra eccome la morte in tutto ciò.
Finì di parlare e spense il sigaro. Con tutte le pause che ci metteva, il suo racconto durò il tempo esatto di un sigaro. Lo guardai e balbettai: Sono il ragazzo di Eva, signor…
-Winky, il mirabolante Winky
-sono il ragazzo di Eva, signor Winky, mi chiamo…
-Mirabolante Winky, non signor Winky. Ti ricordo che spalavo merda di cavallo.
-sono il ragazzo di Eva, Mirabolante Winky, mi chiamo Marciano LaSalle.
Tossì e mi scaracciò a pochi centimetri dalle scarpe. Eva pareva divertita. Abbassai lo sguardo per verificare che lo scaracchio di quel nano non mi avesse effettivamente colpito. Rialzai lo sguardo e il mirabolante Winky mi stava fissando di nuovo, con i suoi occhietti.
-Se non avessi spalato merda di cavallo nano per tutti quegli anni ti avrei colpito; s’impara ad essere molto precisi facendo certe cose.
Mi rivolsi verso Eva che ormai tratteneva a stento le risate. Le dissi che ci saremmo visti l’indomani. Lei mi fece sì con la testa, e si avviò verso la porta di casa, seguita a breve distanza da Winky.
Prima di andarmene urlai –Ehi Mirabolante Winky, che ci facevi dentro il capanno degli attrezzi?
Lui mi sorrise e fece una piroetta col suo buffo monociclo.
Ad ogni modo, ora non si poteva scopare.