IL VIAGGIO DI LUCIO
di Andrea Curiazi
Partire è sempre un’esperienza che ha inizio ben prima del viaggio. Per partire, infatti, bisogna prepararsi lavorando sul fisico e sulla mente, organizzando le idee e gli obiettivi in maniera accurata, ma lasciando nello stesso tempo ampi margini all’interpretazione ed all’estro del momento. E’ questo che distingue il grande viaggiatore dal viaggiatore occasionale. Mentre il primo non uscirà mai sconfitto dal viaggio, il secondo si dimostrerà probabilmente incapace di leggere le tracce che il cammino gli pone dinanzi ed andrà dritto per una strada prestabilita, senza arrivare a toccare neanche lontanamente una parvenza di verità. La verità del viaggio, per l’appunto.
Un viaggio, infatti, è come un libro senza parole: ha una copertina con una bella immagine (quella del posto in cui vai) ha una rilegatura ordinata e precisa (perché sai bene quando comincerà e, forse, quando finirà) e reca il tuo nome sul dorso, scritto in bei caratteri corsivi (perché tu ne sei autore e protagonista). Ma all’interno è pieno di fogli ancora da riempire, e le parole che vi verranno stampate sopra dovranno avere una loro coerenza testuale. La coerenza che ogni viaggio mostra in sé, anche se gli avvenimenti che vi si succedono spesso e volentieri sono unicamente frutto del caso o dell’altro grande fattore che la fa da padrone in queste situazioni, ovvero l’errore. Una volta che l’errore ci avrà portato al caso o il caso all’errore, e una volta rimescolato tutto all’interno del più ampio quadro costituito dal nostro viaggio-libro, allora certamente sarà possibile rileggere le proprie gesta e scoprire una coerenza sconosciuta e non pronosticabile tra gli eventi. Un senso nuovo ed unico che ci avvicinerà a quella verità, la verità del viaggio di cui parlavo.
Vi sono molti libri in cui viaggi perfettamente pianificati e con obiettivi più che chiari e precisi sono naufragati pagina dopo pagina. Piegati dall’umanità, dalla sfortuna, dall’incapacità o dalla capacità di chi viveva l’esperienza, da avvenimenti esterni o da mutamenti di stato d’animo. Ciò dimostra che il viaggio vive di un’anima autonoma, non è addomesticabile ai nostri desideri e se lo è non è “vero”, e lascia in bocca la stessa sensazione del pacchetto vacanze. Al contrario è il viaggio ad addomesticare i nostri pensieri, le nostre volontà, piegandole alla contemplazione di nuovi rumori, essenze, colori. Esperienze che, seppur non direttamente oggetto del nostro pregiudiziale interesse, divengono centro e fulcro della nostra attenzione.
Ecco. La preparazione, in questo contesto, è fondamentale. Preparazione mentale, per imparare a leggere il cammino che ci scorre sotto i piedi come un tappeto meccanico, senza che noi lo vogliamo, e fisica per impedire al nostro corpo di rappresentare un freno nel seguire tali segnali. La persona che riuscirà a partire rispettando questi presupposti tornerà probabilmente più ricca e consapevole. Sicuramente cambiata. Sempre che decida di tornare.
Il viaggio di Lucio, ad esempio, era stato preparato in maniera attenta e puntuale. Qualche mese prima aveva rinunciato alle sfide a calcetto con gli amici, che tanto lo entusiasmavano, in modo da schivare con certezza eventuali infortuni che ne potessero pregiudicare la partenza. Ed aveva deciso, invece, di fare un po’ di esercizio la mattina, appena sveglio, con il cipiglio della casalinga che pensa che due addominali bastino per far calare quella pancetta antiestetica ed un po’ ingombrante.
Si dedicava agli esercizi quotidianamente, nonostante la assoluta mancanza di risultati ed ignorando gli sberleffi della sua compagna, Marta. Ogni mattina, dall’alto del letto, Marta buttava un occhio assonnato verso il pavimento della stanza e, allungando il dito, approfittava delle pause stremate di Lucio per affondare il tatto nelle carni flaccide del suo ventre.
Lucio era abituato a queste piccole provocazioni e non ci faceva caso: da anni ormai conviveva con quella che inizialmente considerava solo la pancetta alcolica del bevitore incallito, ma che era rimasta lì anche quando aveva allentato il suo rapporto con il bicchiere. Dinanzi a tale nuova certezza (“la pancia fa parte di me”, si era confessato un giorno) aveva cambiato atteggiamento nei confronti del suo fisico, e non perdeva occasione per lodare il fascino della rotondità nell’uomo ormai maturo. Così aveva trovato un buon equilibrio tra sé e quel ventre un po’ molle, fornendo una motivazione estetica a quella sua protuberanza sotto il petto villoso. Che Marta affondasse pure le dita tra i suoi rotoli di ciccia… lui, come sempre, dopo una breve pausa riprendeva i suoi esercizi tra mugolii di fatica e sospiri di rilassamento, perseguendo con fermezza i suoi obiettivi di migliorìa fisica.
Quotidianamente, poi, decideva con cura quale capo d’abbigliamento o oggetto eliminare dal suo bagaglio, per renderlo il più essenziale possibile. Un bagaglio che era già pronto da un mese e che riempiva inizialmente due valigie ed un piccolo zaino da trekking.
Nei progetti di Lucio tutto il necessario sarebbe dovuto arrivare ad essere contenuto dal solo zaino piccolo, un po’ per alleggerirsi (cosa fondamentale per liberarsi da ogni impiccio che potesse distoglierlo dal seguire il suo cammino) ed un po’ per rendersi la vita il più facile possibile. Per pensare solo a dove metteva i piedi e non certo a cosa si sarebbe dovuto mettere ai piedi, o addosso.
In fondo andava in viaggio. Non in vacanza, in viaggio. Tantomeno a fare una sfilata di moda. In viaggio.
Per raggiungere il suo scopo, dopo gli esercizi di ordinanza rifletteva il tempo di una funzione fisiologica su cosa eliminare e poi, risoluto, si avvicinava al bagaglio e ne estraeva qualcosa. Per i primi tempi le eliminazioni riguardarono quasi esclusivamente vestiti. Via la maglia a costine, il giubbottino blu, i pantaloni con le tasche, tutte le camicie, le felpe che non avessero il cappuccio e le paia di mutande e calzini in eccesso rispetto alle sue previsioni. Poi passò al resto: libri, accessori, la tenda grande, ecc. Naturalmente tutto ciò presupponeva un certo grado di scomodità in più, ma ogni volta che Marta glielo faceva notare lui rispondeva risoluto -“Parto per viaggiare, non per viaggiare comodo.”- chiudendo lì una comunicazione che, appena nata, gli stava già antipatica.
Come un po’, in fondo, gli stava antipatica quella Marta. Suo cugino Alberto gliela aveva presentata un anno prima, quando la ragazza era rimasta senza un tetto sulla testa. Lui le aveva proposto un appoggio in casa sua per un periodo limitato ma, mano a mano che il tempo trascorreva, Marta continuava a non trovare soluzioni adatte a lei (così diceva). Durante il primo mese la ragazza si era anche sforzata di farsi vedere indaffarata nella ricerca di una nuova sistemazione. Ma poi era riuscita a passare dalla stanza degli ospiti a quella di Lucio e non ne aveva più avuto bisogno. La situazione si era definitivamente complicata e Lucio, sarà un po’ per pigrizia, un po’ perché non aveva mai saputo dormire solo, non era più riuscito ad estrometterla dalla sua vita. Tantomeno a cambiare la personalità di Marta quel poco che sarebbe bastato a rendere la loro convivenza quotidiana meno litigiosa. Meno fastidiosa.
E così Lucio si era ritrovato a vivere ed a fare l’amore con una persona che gli stava antipatica. Nei momenti in cui se ne rendeva conto, si trovava conforto nell’odio profondo che sua madre provava per la ragazza e, di riflesso, per lui che se la teneva in casa. Nonchè per sé stessa, che aveva avuto un figlio così. Gli piaceva mostrare a quella vipera di sua madre quanto la sua vita fosse un fallimento. Era sprofondato in un baratro tanto profondo che gli toccava perfino dividere il letto con una persona che gli stava profondamente antipatica… una poco di buono, una sciacquetta che infastidiva perfino lui.
Figlio di una giovane vedova, fin da piccolo Lucio aveva trovato nella madre una specie di cavaliere del bon ton. Una figura tutta d’un pezzo che non perdeva occasione per imporgli le proprie decisioni e per fargli pesare oltremodo ogni errore. I fallimenti nella sua infanzia erano stati molti. Quasi sempre puniti in modo sproporzionato. A 10 anni Lucio ed i suoi pantaloncini corti furono sospesi dalla scuola elementare dopo che aveva cercato di difendere l’onore della sua miopia e dei suoi spessi occhiali gonfiando di pugni chi lo prendeva in giro. La madre, dopo un attimo di costernazione e di profonda delusione, lo chiuse in casa per cinque mesi. A 14 anni Lucio e le sue prime sigarette vennero scoperti in flagrante nel bagno di casa, mentre si scambiavano un bacio appassionato. La delusione della madre nello scoprire di aver messo al mondo un tabagista fu tanta che lo mandò tutta l’estate in un monastero a meditare e ritrovare la retta via, con l’aiuto del Signore e delle bacchettate dei monaci. A 16 anni Lucio ed i suoi pattini a rotelle caddero proprio durante l’ultimo salto ai campionati provinciali juniores. I pattini di Lucio, i pattini di un perdente, finirono nel pattume il giorno dopo. A lui fu vietato di fare ulteriori brutte figure partecipando a competizioni di tale futilità. A 18 anni Lucio e la sua prima, vera ragazza furono sorpresi in “atteggiamento non conveniente” sul divano rosso che troneggiava nel salone della casa materna. Il divano fu eliminato dal salone. La ragazza dalla vita di Lucio.
Naturalmente Lucio faceva quello che poteva, e ad ogni punizione reagiva con astuzia ed istinto. A 10 anni scappava dalla sua reclusione, ben attento a non farsi scoprire, dalla finestrella della cantina. A 14 fumava di nascosto, celato nell’ombra del chiostro del convento, le sigarette che gli tirava un vecchietto da fuori la recinzione. A 16 ripescò i suoi pattini da perdente ed iniziò a pattinare nel paesino affianco. A 18 decise di assumere comportamenti “non convenienti” prima sul divano di casa della sua prima, vera ragazza. E poi in macchina, sul prato del vicino alle 2 di notte e sul tetto piatto della casa di sua nonna.
Di conseguenza, dopo tanti anni di sofferenza accanto ad un modello insuperabile di grazia ed integrità, per Lucio il fallimento personale era divenuto addirittura un motivo di gioia. Qualcosa da rivendicare con orgoglio. La seppur piccola rivalsa che un figlio, pensava, poteva prendersi rispetto ad un’infanzia sovraccaricata di aspettative e punizioni. Una ripicca senza senso che però provocava in lui un profondo godimento. Sarà anche stato una nullità, ma rappresentava pur sempre un modello di resistenza unico e senza eguali al lavaggio del cervello materno. Era l’unico neo di sua madre, e se lo ripeteva caparbiamente ogni qual volta si sentiva giù. Così, per ritirarsi su.
Il risultato contorto del conflittuale rapporto tra madre e figlio era la presenza di Marta nella vita di Lucio.
“Sei sicuro che davvero non avrai bisogno del tagliaunghie e del pettine?”, gli chiese Marta.
“Marta, cazzo, mi mangio le unghie da quando avevo 12 anni e non ho quasi più capelli…”, rispose lui dal bagno, con gli occhi rivolti al cielo.
La porta di casa sbattè richiudendosi. Lucio si affacciò dal bagno con la schiuma da barba ancora sul volto. Il suo zaino, finalmente in forma partenza, era lì. Pronto ad essere sollevato e portato verso la stazione. L’armadio era pieno di suoi vestiti, ma le cose di Marta erano miracolosamente scomparse nel tempo di una sua doccia e di quella risposta attutita dalla porta socchiusa del bagno. Anche Marta era sparita. Lucio ributtò la testa davanti allo specchio e terminò di radersi con cura. Poi si sedette sul divano.
In fondo quella Marta non gli stava così antipatica… Trattenne per dieci secondi il respiro nel tentativo di imprigionare dentro sé l’odore di lei, che ancora colorava l’aria della stanza. Poi si diresse allo zaino, lo inforcò con le braccia e si guardò allo specchio appeso al muro. Così, senza maglietta addosso. Le bretelle dello zaino, un po’ strette, gli facevano uscire dei rotolini di ciccia dal petto. Ma il complesso non era poi così male.
“Mi sono preparato bene”, pensò.
Prima di vestirsi per uscire definitivamente di casa indugiò ancora un attimo e, rivolgendosi uno sguardo conturbante attraverso lo specchio, si rese conto che Marta non sapeva davvero cosa si sarebbe persa.