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ERA COSI' PROFONDO CHE SEMBRAVA NERO

di Giuliano Loperfido

Era così profondo che sembrava nero. Non si poteva vederne la fine da lassù, nonostante la riva si trovasse vicina. Tu lo attraversavi atterrito, quel grande vuoto. Con la maschera stretta stretta sulla faccia. Col boccaglio arancione e nero. Con le pinne. Le tue bracciate si facevano incerte in quel tratto. Già nuotare era un discreto problema di per sè. Ma quando laggiù il fondale del mare scompariva, dentro di te si aprivano falle immense, che la paura riempiva volentieri. Quell'abisso là in fondo, ti sembrava cattivo. Allora ti diedi la mano. Ti passavo accanto, spavaldo. Avevo solo il costume addosso e nuotavo con convinzione. Facevo anche tre o quattro bracciate di fila senza prendere aria. Non avevo uno stile impeccabile, ma nuotavo. Con convinzione. Sfiorandoti ti seppi spaventato, anche se non potevo vedere I tuoi occhi. Non so cosa mi fece capire. Forse il fatto di esserti figlio. Ma ti seppi spaventato. Così mi avvicinai e ti toccai la spalla, lievemente. C'erano raggi di luce che pungevano l'acqua esplodendole dentro. Il mare era viola, livido. Un vento lontano fischiava debole debole sugli spruzzi delle onde. Ti voltasti di scatto, quasi la mia mano ti avesse ferito. Il mio tocco era puntura. Mi guardavi con occhi di plastica dietro il plexiglass della maschera. -Aiuto- E chiedevi aiuto. Tu a me. Al tuo figlio in disparte. Ti afferrai il braccio, ricordo. E nuotammo assieme, lentamente. La grotta era un centinaio di metri più avanti, le onde una frenesia di schizzi. Ed eri più calmo, quasi sereno. Una barca di pescatori ci passò accanto e il ronzio urticante del suo motore vibrò dentro l'acqua. Poi arrivarono le onde di rimbalzo e io e te fummo sbalzati di qualche metro verso le rocce. Cominciammo a remare assieme, allora. Con le braccia e con le gambe. Eravamo davvero due corpi in uno e lavoravamo sodo, all'unisono, contro la corrente. Così sbucammo di nuovo in una pozza di mare quieto. E da lì alla grotta fu un attimo. Mancava ancora qualche minuto al tramonto, quando, issandoci sugli avambracci, riuscimmo ad uscire dall'acqua e a sederci sulle rocce fresche, striate di alghe verdastre. Levasti la maschera, sputando il boccaglio e li appoggiasti insieme sopra uno spunzone di scoglio. Io mi appoggiai su un masso liscio, liscio, levigato negli anni dall'acqua e dal vento fino a diventare morbido come lino. -Ho avuto paura- dicesti. .-Meno male che c'eri tu, perchè io...quando non vedo più il fondo...mi viene proprio paura- Meno male che c'ero io, pensai. Il sole stava diventando rosso, intanto. La sera giallastra incombeva sulla pineta, sopra di noi. Allungasti le tue dita grosse e pelose, scompigliando la massa umida dei miei capelli corti. Sorridevamo tutti e due. Padre e figlio. Poi arrivò il tramonto e un raggio rosso, dalla traiettoria perfetta, s'infilò nella grotta illuminandola d'improvviso. Uno sbotto di luce, una minuscola alba. È il motivo della fama di questa grotta, questo spettacolo alla fine del giorno. Sempre quello stesso raggio, una manciata di secondi più tardi con ogni giorno che passa. E poi di nuovo via, prima che arrivasse la notte. L'acqua era calda, setosa, liscia. Entrammo prima con le gambe e poi stavamo per tuffarci. -Stammi vicino eh?- dicesti quasi con ironia. Tranquillo, pensai con orgoglio. Ti starò vicino.
L'altra notte mi sono svegliato di soprassalto. Non ci sei più da quasi sei mesi. Era buio e caldo in camera mia e c'era odore di fumo. Oltre la finestra bollivano rumori di città. Mi sono alzato e vestito. Sono uscito. Ho preso la macchina, acceso il motore e le luci. Sono partito. Ho guidato per molti chilometri, fino alla città da cui partono i traghetti. Quando sono arrivato il sole era alto, nel cielo. Ho aspettato sulla panchina del porto che arrivasse l'ora del mio aliscafo. Le 13 e 45. Sono salito a bordo e mi sono messo a sedere sul ponte aperto, in alto.Vicino a me un bambino piccolo si sporgeva dal parapetto e sputava controvento. All'arrivo si ammassavano i furgoni degli alberghi venuti ad accogliere i turisti. Mi sono fatto largo a spallate tra la polvere e le grida. Ho camminato. Ho tanto camminato da scoprirmi solo, qualche chilometro più in la, all'ingresso della pineta. Ho camminato ancora, disceso la ripida scarpata e sono arrivato alla caletta da dove ci si tuffa per raggiungere la grotta. Mancavano circa venti minuti al tramonto. Lo stesso mare, lo stesso terribile sprofondo. Ho nuotato con concentrazione, solo con me stesso. Quando sono arrivato alla grotta era quasi l'ora del raggio. Non avevo maschera, nè boccaglio. Mi sono messo a sedere sullo stesso scoglio, levigato e liscio. Ho appoggiato i gomiti alle ginocchia e la testa sulle mani chiuse a pugno e ho aspettato, zitto. E l'ansia ha fatto smottare le zolle del mio stomaco. E ho pianto. Un pò.


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