la memoria brucia i lineamenti e li uccide, questo lo so, ma lei sembra proprio lei. diamine, lei. qui, adesso, così tanti anni dopo. senza perderti di vista la tengo sott'occhio. con tutto quello che è successo ai nostri volti in questo tempo sono quasi sicuro che non dovrebbe potermi riconoscere. ti dico: tesoro, vado a prendere la roba per il bagno, ci vediamo alla cassa? mi dici di si e io mi allontano. non ti immagini neanche quanto sono sorpreso, amore mio, penso in silenzio mentre ci separiamo. c'è lei. qui. a neanche due metri da me.
cammino fra gli scaffali con le mani strette in tasca. nel mio cuore c'è una fretta strana, quasi divertente. poi uno specchio. no. non potrebbe riconoscermi neppure se ci fossimo dati appuntamento, neppure se sapesse che sono qui dentro anch'io. le passo furtivo alle spalle, la sfioro con il braccio e quasi senza voltarmi le chiedo scusa nella lingua del posto. non sento la sua risposta. percorro tutta la corsia e mi metto davanti a delle mensole piene di bottiglie di vino. con un occhio guardo i vini. con l'altro guardo lei. dopo poco comincia a spingere il suo carrello verso le casse. la sua immagine apre solchi profondi nella memoria. il tempo che ritorna sui suoi passi, che si ripresenta, che non è mai andato via. spingo la mia ombra fino a pochissimi passi da lei e li mi sorprende la tua voce: bè? e la roba del bagno? cos'hai fatto fino adesso? scusami amore mio, penso ma non dico. mi sono scordato la roba del bagno.
poi mi invento una scusa e ti mando a casa. ti raggiungo dopo, sono le parole del commiato. voglio seguirla. questo vento lontano da cui sbucano odori scordati non merita di essere abbandonato. e io non lo abbandono. lo seguo, anzi. lo seguo per strade prima enormi, poi sempre più piccole. lo seguo a bordo di un autobus con la fiancata rossa. lo seguo infine lungo docili, minuscoli vialetti intrecciati tra loro, dentro un parco illuminato molto male. alla fine c'è una casa e lei ci entra dentro. apre la porta con le chiavi, poi la chiude e subito dopo la luce accende due grandi finestre al primo piano. io mi siedo. mi piacciono le panchine dei parchi illuminati male. sono un pò il mio habitat. dalle finestre sbuca la testa di una bimba. è una bimba molto bella. sembra una splendida forma di pane che scruta il mondo oltre il davanzale.
allora mi alzo e sgattaiolo la sotto. lo spessore della parete mi separa dalla sua voce: vieni indietro piccola, non ti sporgere. c'è tutta la vita dentro quelle parole. tutta la vita passata. tutta quella che ancora passerà. mi siedo nella terra umida sotto il davanzale della finestra di casa sua, mentre l'ultimo scalpito del tramonto rischiara il cielo sopra l'orizzonte. inclino la testa di lato e il vento mi porta il suo odore. lo posso respirare. un'altra volta.