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NON TI HO CHIAMATA

di Giuliano Loperfido

La spiaggia curva leggermente verso ovest, proprio dove, estendendo lo sguardo, si  può vedere il sole ritirarsi oltre il confine dell’orizzonte. Metto il cavalletto alla vespa e accendo una sigaretta. Preparo questo momento da quando sono partito, circa dieci ore fa.
I tentacoli rossi del tramonto perforano l’acqua immobile davanti a me, mentre stendo l’asciugamano sulla sabbia fresca.
Non c’è quasi più nessuno, oramai saranno le nove.

Te l’ho detto che non scherzavo. Che non scherzavo per niente. Infatti ci sono venuto fin qua. In un altro paese, in un altro stato. In vespa. Per te.
E adesso sono al mare che guardo il tramonto con la mia marlboro. Mi sento proprio un grande.
Tu invece hai detto che non l’avrei mai fatto. Perché ho il culo pesante e non me ne frega di niente e di nessuno. Che sono un ingrato egoista, perennemente interessato ai fatti miei. Forse è pure un po’ vero. Forse.
Hai anche detto che è ora che io ti dimentichi, che ti lasci in pace. Che la smetta di ossessionarti.
Ma senza accorgertene hai girato la chiave giusta e la porta si è aperta.
Mi hai fatto arrabbiare e disperare, piangere e bestemmiare. Ho ucciso dieci mosche col giornale e le ho date da mangiare al gatto. Ho guardato il gatto che le mangiava, una per una. Ho pianto, messo dei vestiti in uno zaino, preso la vespa e sono partito.
Lo so che forse è troppo tardi. Sono cinque anni che mi hai lasciato solo ad arrangiarmi in questa vitaccia, ma io non ho perso le speranze. Tenere duro cinque anni costa caro sai e temo di essere ormai marcio: i miei ricordi puzzano, i miei pensieri puzzano.
Io puzzo.
Ma ho ancora la forza e la voglia di sorprenderti e so che ci riuscirò.
D’altronde da solo proprio non ce la faccio.

Un passo oltre la cresta bianca delle onde morte,  c’è il tramonto più lungo che abbia mai visto. Il mare si muove lentamente, sfilacciato da una brezza sottile come la lama di un coltello. Ho già composto il tuo numero sulla tastiera del cellulare e aspetto di trovare il coraggio di premere “invio”. Sento che sta per venirmi. Mi è anche diventato duro. Non vedo l’ora di sentire come ci rimani all’idea che io sia venuto fin qui a ricacciarti in gola la tua boria e a chiederti di amarmi ancora. Un po’.

Lei esce dall’acqua con l’espressione sconsolata del pesce preso all’amo. E’ bellissima e quasi nuda, ha solo il pezzo sotto del bikini e dei sandali di plastica ai piedi. Sono quelli in gomma, da scoglio, trasparenti e traforati. Quelli che la mamma ti obbliga a infilare per andare a fare il bagno quando sei piccolo. Li ho sempre odiati, eppure stavolta mi sorprendono: mi fanno sentire il profumo di casa, mi fanno pensare a mia madre e immaginare, oltre di loro, i piedi appuntiti di una persona semplice.
Ed è proprio mentre la guardo, mentre osservo senza la minima discrezione quei seni sfacciatamente giovani, leggermente segnati dalla solidificazione del sale marino, quegli occhi irridenti e presuntuosi, ma talmente neri da sembrare senza fine, che, per la prima volta, smetto di pensarti.
Certo non smetto di amarti, non faccio altro ogni giorno. Però mi accorgo di essere un po’ stanco. Appannato. Qual’era il tuo secondo nome? In quale cassetto tenevi le mutande? C’era una tua pietanza preferita?
Sono solo un po stanco, tutto qui. Ma non ti tradirò, te lo prometto. Continuerò ad amare te finchè vivrò, pure se proseguirai ad evitarmi.
Anche perché rimpiangerti, da quando non ci sei più, è diventato il solo scoglio a cui riesca ad aggrapparmi.
Questa tristezza che adesso è religione, questo rincorrerti che mi aiuta a stare immobile.
C’è qualcosa oltre? Che speranze posso avere se il mio cristo scende dalla croce?

Ora sono a sedere, solo nella spiaggia enorme. Il mare si è ritirato di una buona decina di metri. Sullo schermo buio del mio cellulare c’è ancora, sovraimpresso, il tuo numero di telefono. Non ti ho chiamata.
Ripenso alla ragazza sbucata dall’acqua.
Si è asciugata con gli ultimi fili di sole, prima di rivestirsi. Ha indossato un pareo scuro. Poi si è girata a guardarmi e, sorridendomi, si è sfilata lo slip bagnato da sotto il  pareo. Sopra il petto nudo si è messa direttamente una felpa col cappuccio. Blu.
Io non mi sono perso un secondo di tutta l’operazione.
Poi mi è venuta vicino e ha chiesto se avevo una sigaretta. Ho sentito il tuo santuario iniziare a sgretolarsi. Le ho messo in mano il pacchetto intero. Ne ha sfilata una e se l’è appoggiata tra le labbra. Senza chiedere altro, mi ha infilato una mano nella tasca dei pantaloni: potevo sentire le sue dita oltre la stoffa, sfiorarmi la coscia, rizzarmi i peli delle gambe.
Ha trovato l’accendino e ha tolto la mano. Si è seduta di fianco a me, accendendo la sigaretta. Ne ho accesa una anch’io.
Abbiamo fumato, senza dire una parola, quasi vicini, quasi stretti.
Alla fine ha spinto delicatamente il filtro nella sabbia, ruotandolo appena su se stesso per spegnere il tizzone. Si è alzata, mi ha sorriso ancora e se ne è andata.
L’ho guardata camminare finchè ho potuto.
E sono rimasto qui a sedere, aspettando che la sera facesse notte.

Ora non avverto più nessuna urgenza.
C’è un misto di sensazioni dentro di me, mentre osservo il mare che si allontana ogni respiro un poco, ogni respiro sempre di più.
Quando tutto attorno è buio, mi alzo in piedi e mi tolgo la felpa. Poi anche le scarpe, i pantaloni e le mutande.
Resto completamente nudo.
Lentamente mi avvicino all’acqua. I suoni diventano immagini, la notte è liquida. Lancio un’occhiata svelta alle mie cose, l’asciugamano, lo zaino, il cellulare. Lascio tutto li, non ne ho piu bisogno.
Il mare. Questo mare.
Mi tuffo.
Non c’è molto da capire sott’acqua. Ci si sta e basta. Trattengo il fiato fino all’ultimo, procedendo a bracciate disperate verso dell’altro buio. Poi esco a respirare e nuoto fino a sfinirmi. Quando mi fermo quasi non si vede più riva. E’ freddo e non sento più i muscoli. Lontanissimo sfila un rumore di barche, mentre un vento esile scrosta il cielo dalle nuvole.
Questa è la vita nuova? E’ una sorta di scenario prenatale?
Per un attimo ho paura, una paura raggelante.
Poi mi abbandono a morto sulla liscia superficie dell’acqua: il mare mi accarezza le orecchie e il naso. Il sale brucia le mie ferite, asciuga la mia puzza.
Non vedo più, non sento più.
Sorrido, appena.

 


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