C'è un altro me dentro di me.
Io sono una persona tranquilla, intelligente, solare, a cui piace stare con gli altri, conoscerli, amarli. Lui vive in posti senza luce, ha paura di tutto e non fa altro che cercare di trascinarmi nel suo delirio. Se sono felice lui è triste, se ho voglia di qalcosa lui se ne vergogna. E' la mia parte d'ombra, quella che non si vede, quella con cui faccio a pugni. Ne porto i lividi sotto la pelle.
M l'ho incontrata in spiaggia tre giorni fa. E’ mora, magra, ha grandi occhi neri, arrabbiati e tristi e un culo perfetto. Mi Ë piaciuta all'istante. Abbiamo attaccato conversazione in acqua, poi siamo andati al bar e le ho offerto un gelato. Parlando a voce molto bassa ci siamo raccontati qualcosa che ho gi‡ dimenticato. Poi ci siamo salutati.
Il giorno dopo non l'ho vista e nemmeno ieri. Ci sono rimasto male, desideravo molto incontrarla di nuovo. Ho camminato a lungo da solo sulla spiaggia giallastra, cercando di ricordare bene il suo viso, l’ombra scura dei suoi capelli, la falda senza fondo dei suoi occhi. A quel punto si Ë presentato l’altro me dentro di me, come al solito senza invito. Non Ë per te, mi ha detto. Non si Ë pi_ fatta vedere, vuol dire che ha altro a cui pensare. Lascia stare, secondo me non le piaci.
Io lo detesto, l’altro me dentro di me.
Poi stamattina qualcuno mi ha toccato la spalla. Aveva un costume rosa pallido e occhiali da sole dalle grandi lenti a goccia. Bellissima, senza ombra di dubbio.
-Ci sono dei miei amici al tuffo- ha detto -vieni anche tu?-
Mi sono preso un istante per pensare. Quindici metri di volo tra le rocce aguzze e i gabbiani per passare un pÚ di tempo con una ragazza conosciuta due giorni fa? Per farle impressione? L’altro me dentro di me ha cominciato a dimenarsi, a protestare. » una follia, sei uno stupido, gridava.
Ho guardato M. e ho fatto cenno di si, muovendo la testa su e gi_.
Quelli si buttano a ripetizione come se sotto ci fosse un materasso. Uno dopo l'altro scalano la roccia a mani nude come gechi esperti e dondolanti. Ogni tanto si fermano a rifiatare, guardano in basso, poi in alto, poi chiudono gli occhi mentre il vento gli si nasconde tra i capelli. E dopo un attimo ripartono e subito sono in cima e dopo un altro attimo si lanciano nel vuoto succhiando la vita nell' aria sottile. Le loro mani hanno fretta, le loro gambe hanno fretta, i loro cuori hanno fretta. E sotto non c'Ë un materasso. Sotto, molto pi_ sotto, c'Ë un muro d'acqua che s'impenna di brutto ad ogni respiro e riempie di schiaffi salati la scogliera gocciolante. Quando arrivano a destinazione fanno buchi enormi nel mare ondeggiante e scendono nei fondali bui come la notte, prima che la pressione e l'apnea li costringano ad una violenta riemersione. Nei loro occhi vedo il coraggio, la forza. Il solco profondo che li separa da me.
M. si butta in acqua snella e veloce, nuota per qualche metro, poi si appende ad uno scoglio, si tira su e comincia a scalare rapidamente la parete verso il trampolino. Una piuma triste e bruna. Una boccadiluna. Ogni tanto si gira a guardarmi. Prova anche a dirmi qualcosa, mi incita, mi fa dei cenni con le mani.
Però qualcosa dentro me non funziona. Le gambe molli, la vista fiacca, l'udito spento. La paura. L’altro me dentro di me che prende il sopravvento. Provo ad arrampicarmi un paio di volte, ma lui mi afferra le caviglie, mi punge i polpacci. Scivolo. Una minuscola scheggia, mi taglia appena il ginocchio. Intingo il dito nel sangue e lo succhio. Non si può fare, continua a gridare quell’altro. Non lo puoi fare. Mi fermo. Aspetto che M. smetta di guardarmi, mi ributto in acqua e torno alla spiaggia. Da lontano la vedo mentre commenta il tuffo assieme ai suoi amici. I suoi occhi tristi ora sembrano allegri. La vedo girarsi a destra e a sinistra un paio di volte. La vedo guardare in alto. Cerca me. Vado via.
Io lo detesto, l’altro me dentro di me.
Appena scende la notte torno al tuffo. La spiaggia deserta s'impolvera ad ogni sbuffo di vento. Le onde hanno un broncio bianco. Siamo io e il mare, io e una notte colorata. Mi butto nell'acqua gelida e ne respiro il sale, assorbo chiudendo gli occhi i brividi sulla pelle delle braccia e nuoto in apnea per qualche secondo. Quando le mie dita protese nel buio avvertono lo scoglio, appoggio i piedi sulla parete viscida e spingendo forte esco dall'acqua. Eccomi qui, penso. E comincio ad arrampicarmi.
In cima è ancora più notte. L'orizzonte scuro è sgretolato da migliaia di piccolissime luci. Per un attimo provo a contarle, una per una. Ma sono qui per fare altro. Guardo il mare che ribolle, quindici metri più sotto. E tra le onde vedo M., i suoi capelli neri, i suoi occhi arrabbiati e tristi, il suo culo perfetto. Perchè dici che non posso farlo? domando sottovoce all'altro me dentro di me. Perchè pensi che non ne sia capace? Aspetto la sua risposta in silenzio. Un minuto. Due. Niente. L'unico rumore lo fa il vento. Guardo avanti, stavolta. Guardo dritto davanti a me. Mi butto.
Io lo detesto, l'altro me dentro di me.