SOPRA I BINARI CHE SCORRONO
di Michele Cogo
Qualche anno fa pensavo di essere il più sborone di tutti. E allora facevo delle cose che secondo me erano sborone ma poi andavano sempre a finire male e allora mi dicevo: guarda che non è un problema, ‘sta volta è andata male ma è solo un episodio, il fatto che sei uno sborone emergerà alla prossima occasione. E così continuavo a fare delle cose che andavano a finire male, come quella volta che ero ancora studente.
SEGRETERIA TELEFONICA: «Ciao Lorenzo, sono Rolandi, appena torni chiamami che c’è un lavoretto per te. Sono in agenzia fino alle sei, a dopo».
Quando lo chiamo mi dice che la sua agenzia ha curato la nuova campagna pubblicitaria per i jeans Live e ‘sta sera c’è la presentazione a Milano, solo che il tipo che è andato su si è scordato delle locandine da far vedere al cliente, per cui visto che non ci sono corrieri che partono adesso, le danno a me che tanto sono studente e un po’ di soldi non fanno mai male vero? E poi se voglio mi posso anche fermare alla sera, che c’è una festa di quelle con le modelle i registi i produttori e quelle robe lì, che lui ci andrebbe tanto volentieri ma deve finire un altro lavoro per domani.
Io gli dico che mi sembra una bella bazza e che per me va bene; per cui ci vediamo dopo che passo a prendere il pacco.
Alla stazione di Milano c’è uno con un cartello LORENZO TINCA in mano; guarda in giro, ha i capelli lisci brizzolati, la faccia abbronzata e il vestito nero Armani.
«Sono io», gli dico, e lui dice che si chiama Frabbetti e che è venuto a prendere le locandine; bisogna fare in fretta perché alle sette c’ha il PPM. Non gli chiedo cos’è il PPM perché vedo che gli telefonano e poi non è un fatto mio.
«Sì sì sto arrivando…», dice. «Il treno era in ritardo, prendo un taxi», poi si ferma un attimo e senza guardarmi dice: «Senti… e lui?». Quello dall’altra parte gli risponde qualcosa e Frabbetti dice: «No, non li ho», aprendo il portafogli, «non ho nemmeno il bancomat». Mette via il portafogli, «ah, vabbé, ciao». Chiude il telefonino e mi dice che purtroppo devo andare con lui perché non si erano capiti col suo collega per darmi i cento euro.
Io dico che non c’è problema, tanto non ho niente da fare.
«Via Verga cinque», dice al taxista, poi apre nervosamente il pacco con le locandine e ne guarda una. C’è una tipa bionda con dei jeans e una camiciola bianca che corre e ride; sopra ha la scritta giallo oro JEANS LIVE e sotto, in rosso, LIVE LIFE, che sarebbe come dire vivi la vita.
Frabbetti fa la faccia di uno che pensa.
«Bella figa eh?», dice, continuando a guardare la locandina. «Si chiama Carol», sospiro profondo, «Carol Swanzee».
Il tassista suona il clacson e bestemmia, Frabbetti si scanta, fa per mettere via la locandina e invece si gira verso di me. «La vuoi per ricordo?», allungandomela.
La prendo, la guardo un po’ e poi me la metto in tasca.
Il tassita ascolta la radio che trasmette un pezzo dei Luna Pop.
«Anche te sei di Bologna eh?», dice Frabbetti.
Io faccio sì sì con la testa.
«Li conosci?».
«Cioè… personalmente?», chiedo.
«Sì».
«No».
Lui guarda fuori dal finestrino; siamo bloccati nel traffico e inizia a pioviginare, il tassista suona ancora il clacson.
Quando Frabetti apre la porta della New Advertising c’è una specie di suono elettronico che sembra una mucca. Sbuca un tipo basso grasso con un po’ di capelli ricci e un bicchierino di plastica in mano. «Ehi Frabbo, guarda che Polloni è già dentro col cliente, se non ti sbrighi ti cagna».
«La Swanzee dov’è?», dice Frabbo.
«Arriva più tardi… tanto deve fare solo la bella figa», poi fa un ghigno da orsacchione e beve l’ultimo sorso di caffé.
Insomma, Frabbo mi affida a Basso-grasso che mi porta nel suo ufficio e mi dice che per i cento euro devo aspettare un pochino perché adesso l’amministrazione è intasata; mi fa sedere su una sedia nera di quelle da regista; sul soffitto c’è un ventilatore a pale color metallo cromato, la scrivania è piena di bicchierini di plastica usati.
Gli dico che se disturbo aspetto fuori.
«No no, non ti preoccupare; ne approfitto per prendermi una piccola pausa, sai, tutto il giorno sotto tensione…», si accende una sigaretta con un accendino fatto a forma di orso Yogi. «E tu, che cosa fai nella vita?», mi chiede.
Io gli spiego che faccio l’università a Bologna, al Dams, il corso dove s’iscrivono solo i drogati e le puttane.
Lui fa uhmm, come dire interessante, continua.
Gli dico che quando devo andare a lezione vado lì, salgo le scale, entro in aula e per due ore ascolto uno che mi parla di quello che vuole lui.
«Interessante, e… che tipo di lezioni sono?».
Gli dico che quest’anno vado a lezione dall’illustrissimo encomiabile pluridecorato professor Umberto Erto, che ci spiega la semiotica.
«Guarda», mi dice, appoggiando con fatica le gambe sulla scrivania, «non sono mai riuscito a capire che cosa sia».
Io gli dico che non si deve preoccupare, perché tanto non ci capisce niente nessuno.
«Sì, ma…».
Gli dico che è una specie di scienza dove ci vanno a finire le cose che non ci stanno nelle altre scienze; è bella perché con la semiotica puoi fare quello che vuoi, tipo studiare la ricetta della zuppa al pesto come se fosse l’Ulisse di Joyce, tanto non ci capisce niente nessuno.
Lui mi guarda e soffia fuori un’altra boccata di fumo. «Cioè, quindi…».
Per fargli un esempio gli dico che quest’anno il prof. Umberto Erto ci parla del suo libro che si chiama Kant e l’ornitorinco. Kant è un filosofo che ha inventato la teoria della categorie di Kant, che praticamente è una teoria con la quale lui voleva mettere in ordine tutto il mondo. L’ornitorinco invece è una bestia disordinata per natura. L’ornitorinco avrebbe creato dei problemi alla teoria di Kant ma per fortuna l’hanno scoperto solo dopo che Kant era morto.
Beh insomma, la storiella di Kant e dell’ornitorinco il prof. Erto ce la racconta per dirci che praticamente noi abbiamo come dei cassetti nella testa che ci servono per mettere in ordine le cose del mondo. ‘Sti cassetti sono pieni di cose che si assomigliano, per esempio uno è tutto pieno di uccelli e un altro è tutto pieno di topi, e se tu vedi una papera, anche se non l’hai mai vista prima, però vedi che c’ha le piume, allora la metterai nel cassetto con gli uccelli e sei già tranquillo. Però quando succede che incontri per la prima volta l’ornitorinco e non sai niente di lui c’avrai sicuramente dei problemi, perché l’ornitorinco c’ha dei pezzi di tutti gli animali. C’ha il becco della papera ma ha il pelo. È un mammifero ma fa le uova, e poi allatta i suoi cuccioli però non ha le tette, le tette gli spuntano quando deve allattare, ma non delle tette normali, delle tette che non hanno il capezzolo, delle tette che praticamente trasudano latte e che il piccolo ornitorinco deve leccare. Poi l’ornitorinco ha un unghia mortale che se la tocchi muori perché è velenosa. Insomma l’ornitorinco è strano, e se vuoi metterlo nei cassetti lo devi uccidere e tagliare a pezzi che poi li metti uno di qua e uno di là. Oppure gli fai un cassetto tutto per lui, che anche questa è la semiotica, dice sempre l’encomiabile prof. Erto. Poi di solito tutti ridono e scatta l’applauso.
Basso-Grasso mi guarda come se avesse appena finito di veder sbarcare gli alieni. Poi il telefono sulla sua scrivania fa gneeeee gneeee; lui schiaccia un tasto rosso e una voce da centralinista dice: «È arrivata la Swanzee».
Basso-grasso si alza in piedi di scatto e spegne la sigaretta. «Bene, falla venire».
«La Marta dice che puoi far andare il ragazzo di Bologna», continua la voce.
Basso-grasso apre la finestra e dice sì sì occhei.
Alla porta si sente toc toc e poi appare una bella faccia da modella bionda figa norvegese con le tette grosse e le gote rosse.
«Caroooool», dice Basso-grasso, «che piacere…», va verso di lei e la bacia sulle gote, tenendola per le braccia.
«Gianni how are you?».
«Io sto bene, e tu?», dice Gianni.
«I feel good, but… sono… stanca; you know, for the jet lag… fuso orario?».
«Sì sì, esatto, fuso orario», poi si volta. «Questo è Lorenzo Tinca, collaboratore di Umberto Erto all’università di Bologna».
«Ooooh», she say, «nice to meet you… piacerei», e allunga la mano.
Io faccio uguale.
«You’re a friend of Umberto Erto?».
Io dico più o meno di sì.
Lei, parlando lentamente: «Lui scriva libri famosi?», e poi ride guardando Gianni Basso-grasso.
Rido un po’ anch’io.
«Aspetta un attimo Carol, wait a second», dice Gianni Basso-Grasso, «che devo portare Lorenzo in amministrazione. Amministration, you know?».
Lei dice occhei, e anche ciao, invece io vorrei dire bye bye.
Basso-grasso mi dà le cento cucuzze e anche l’invito per la festa di ‘sta sera al Millennium. «Ci sono anche i Buena Vista Social Club», dice tutto contento.
Con due tranci di pizza e due coche giacciate nello stomaco prendo l’autobus che porta al Millennium. Dopo mezz’ora l’autista mi grida che sono arrivato e che devo andare giù per quella strada là e poi lo trovo.
Fuori c’è solo una specie di tangenziale buia con un distributore Agip e un Mac Donald; di macchine, poche. Cammino verso dove mi ha detto lui e pian piano nella nebbia compaiono dei punti verdi e arancioni, una musica latina inizia a farsi sentire. Passo un parcheggione pieno di auto; in fondo, la scritta Millennium, in verde, sovrasta un piccolo edificio tipo hangar.
«Invito?», mi dice uno dei due buttafuori gigante con l’auricolare e la pila. Glielo do.
La sala è piena di gente in piedi tra i tavoli gonfi di cocktail fragole ananas ombrellini salatini pizzette fiori. C’è la musica latina tipo Ricky Martin e dei camerieri che regalano calici di prosecco. La cosa migliore da fare è bere un pochino che così ci si rilassa e disinibisce.
Vado al tavolo degli aperitivi e mi faccio della gran roba tipo White-Lady Acapulco Cay-Pirinha Mojito e Gin-Tonic. In mezz’ora sono fuori come un trullo e vago tra i tavoli tra la gente, che però parla solo tra di loro ma non con me perché non li conosco.
Devo fare qualcosa per entrare in contatto con la società delle modelle presenti a questa festa.
Per esempio, guarda quelle tre ragazzine lì, tutte sole che parlano e ridono.
Mi fermo. Appoggio una mano sul tavolo e con l’altra sorseggio un gin tonic. Guardo davanti a me, come se fossi assorto nei miei pensieri; ogni tanto il mio sguardo le sfiora, aspettando che accada qualcosa. L’importante è non avere fretta, quando sarà il momento lo sentirò dentro. Devo essere zen, devo fa…
«C’hai da accendere?», mi dice una voce di donna alle mie spalle.
Mi volto e lei ha i capelli neri corti ricci impomatati di gel, maglietta adidas verde tipo trainspotting e jeans attillati. Occhi furbi e non più di ventidue primavere.
Anche se non era nei miei piani, prendo fuori l’accendino e glielo allumo sotto.
Lei avvicina la sigaretta e tira. «Carino», dice, guardando l’accendino, «cos’è?».
Praticamente le dico che l’accendino è a forma delle due torri di Bologna; quella più bassa si chiama Garisenda e la più alta Asinelli; tirando la Garisenda esce fuoco dalla Asinelli.
«Sei di Bologna?», mi dice, sbuffando fumo.
Le dico di sì.
«E cosa fai a Bologna?».
Ci penso un attimo; giusto un attimo.
«Lavoro con Umberto Erto».
«Nooo, quello che fa i libri famosi?».
«Sì».
«E cosa fai con lui?».
Bevo un sorso di gin tonic e poi dico: «Stiamo scrivendo un libro insieme».
«Wow», dice lei, « tu e lui?».
Faccio sì sì con la testa, ma senza far vedere troppo entusiasmo, come se la cosa non mi toccasse più di tanto.
«E di cosa parla?», insiste lei.
Bevo un altro sorso di gin tonic e penso a cosa posso dire; mi viene in mente una storia che avevo pensato due o tre settimane fa facendomi delle canne con il mio amico Arturo Caggiano che di lavoro fa le bare.
«È un libro che spiega perché ci sono poche donne filosofe».
«E perché?», dice lei.
«Beh, guarda, così in due parole… non è per il fatto del mondo che è maschilista… la mia teoria fa risalire tutto alle mestruazioni…».
Mi guarda e continua a fumare.
«Secondo me i filosofi sono persone che stanno sempre lì a pensare a problemi immateriali, tipo la fenomenologia dello spirito o l’idealismo etico». Vedo che mi segue. «Le donne invece, con ‘sto fatto delle mestruazioni, hanno qualcosa che tutti i mesi, attraverso il dolore, gli ricorda del loro corpo; della carne e del sangue di cui sono fatte; per cui non stanno tanto lì a pensare a cose astratte…».
«Interessante», dice lei.
«E tu?», le dico, «cosa fai nella vita?».
«Mah, guarda, io sto tent…».
«Dai Sabbri sbrigati che ci sono i Buena Vista», le dice un tipo agitato in maglietta attillata nera, tirandola per un braccio.
Lei mi dice scusa devo andare, ci vediamo dopo.
La musica dei Buena Vista comincia, io però vado in bagno, mi chiudo dentro e mi siedo perché mi gira la testa piena di gin tonic.
Quando mi sveglio sono seduto sul cesso e non so nemmeno quanto tempo è passato, ma non poco perché c’ho la spalla piena di saliva che mi è colata dalla bocca.
Mi alzo, mi metto a posto ed esco dai bagni. La musica c’è ancora e anche la gente, pieno. Finalmente un posto dove non cambia niente.
Mi arriva una gran botta alle spalle, come se mi avessero lanciato addosso un quarto di bue. Il quarto di bue è aggrappato a me e non molla. Il quarto di bue è Carol Swanzee ubriaca fradicia. Ha un vestito da sera, lungo e color madreperla. Le due braccia attorno al mio collo sono sudate e gelate. «Ciao, you’re the Umberto Erto’s friend, isn’t it?», dice.
«Sì sì, sono io», le dico, con il poco fiato che mi lascia uscire dalla gola. «Come va?».
«I don’t feel very well», dice, «you konw when you’re drunk? Ubriaca?».
«Sì sì, ubriaca è giusto. Posso aiutarti? Can I help you?».
«Sì», dice, «sì sì sì sì… Please help me. I need to go to the toilet. Bagno, you know?».
«Sì, bagno is correct», le dico, «ma magari is better if you go with your friend. Femmina friend, you know?».
«I don’t have friend. You’re my only friend here», dice, «please, per favorei…».
Le apro la porta del bagno delle donne e provo a farla entrare, ma non riesce a camminare.
«Oh no, come with me, please…», dice.
«But Carol, I’m a man. Uomo. Non posso venire inside».
Non parla più, è bianca e non si regge in piedi. Spalanco la porta del cesso e la trascino dentro di peso. Lei vede la tazza del wc, ondeggia un po’ e ci si getta sopra a vomitare facendo dei versi da animale, che non crederesti mai che una donna del genere li possa fare. Mi chiudo nel wc con lei e anche se l’odore dei succhi gastrici mi fa schifo le reggo la fronte mentre vomita.
Lei è lì, arrotolata abbracciata al wc e spruzza vomito dentro, a getto. Non deve aver mangiato molto perché vomita solo liquidi, non ci sono pezzi di cibo. Dopo sette otto getti si calma.
La porta del bagno si apre e qualcuno entra nel wc accanto al nostro. Carol ha la testa appoggiata a un braccio e gli occhi chiusi; un sottile filo di saliva e acidi gastrici le scende dalla bocca. Dal wc accanto si sente il rumore che fanno le donne quando fanno pipì. Carol mi prende la mano e la stringe. La donna nel wc accanto tira l’acqua e poi apre la porta, si lava le mani e se ne va. Provo a liberare la mano ma Carol non molla; con l’altra mano tolgo i suoi capelli biondi da dentro il cesso e tiro l’acqua.
Carol russa e io guardo il suo bel viso da modella gran figa norvegese, è carina anche così, con la faccia pallida e la saliva che le sbava giù dalla bocca. Mi siedo accanto a lei. Ogni tanto entra qualcuno che fa pipì, tira l’acqua, si lava le mani, esce. E il sonno arriva, a poco a poco.
Quello che mi sveglia è il rumore dell’acqua e il freddo a una guancia, apro gli occhi e vedo il pavimento di piastrelle e i piedi di Carol con gli slip calati attorno alle caviglie. Alzo lo sguardo e c’è lei seduta sul cesso che fa pipì. Ha la faccia bianca e sbattuta.
«Ciao», mi dice, parlando lentamente, «you were very kind with me, molto gentilei con me». Le faccio sì con la testa. Si alza, tira su gli slip e apre la porta; entra una forte luce bianca e c’è un silenzio splendido.
«Andiamo», dice.
«Dove?».
«Out of here», prendendomi per mano.
La sala che prima era piena di gente adesso è vuota, immersa in una luce pallida tipo alba.
«There’s noone here», mi dice Carol.
«Già».
Camminiamo mano nella mano tra i tavoli, ci sono ancora i resti di salatini cocktail ananas pizzette e bicchieri rotti. Carol mi lascia la mano e prende un sandwich, toglie il prosciutto e mangia solo il pane, lentamente. Prende una bottiglia d’acqua naturale e beve a collo. Io assaggio dei salatini al formaggio e mi bevo una coca calda. Carol si siede.
«Che ore sono?», le dico, indicando l’orologio che non ho.
Lei fa non so con le spalle.
«Do you’ve a car?».
«No», rispondo, «and you?».
«No». Poi continua a mangiare pane e acqua. Mi sembra tranquilla.
«So why you were at this party, …festa?».
Quando sento che c’è una cosa che non si deve dire, mi scatta una specie di stupidità volontaria che fa gonfiare questa cosa dentro la mia testa finché non la occupa tutta; così alla fine la dico.
«Perché volevo scoparmi una modella».
«What? I don’t understand».
«Because I want to fuck a model», ripeto.
Carol non parla. Lentamente si alza, va verso il tavolo, prende un calice da vino e lo guarda.
«I’m a model», dice, «do you wanna fuck with me? Vuoi scoparei con me?».
Non so cosa dire. Cioè, non capisco se dice sul serio o no.
«Do you wanna fuck with me or not?», ripete, con la voce un po’ alterata.
«Adesso?», le dico, imbarazzato, «now?».
Lei mi scaglia addosso il calice e ripete la domanda ancora una volta.
«Oh, calma eh». Mi alzo in piedi.
Lei prende un posacenere di vetro. «I’m a model», gridando, «do you wanna fuck with me or not?», e me lo tira; mi sposto e il posacenere si spacca contro il muro.
«Carol stai calma!», le dico.
Lei inizia a tirarmi contro ogni cosa che le capita sotto, bottiglie bicchieri posate e cibo. Io mi abbasso sotto un tavolo.
«Do you wanna fuck with me?», ripete ancora, gridando con tutta la voce che ha. «I’m a model. Fuck me. Fuck me. I’m a model», la voce le si spezza, «fuck me… fuck me… fuck… me».
Esco da dietro il tavolo, lei è inginocchiata, piange e intanto sussurra «fuck me… fuck me… fuck me…». Lentamente mi avvicino, le metto una mano sulla spalla e la abbraccio, «fuck me… fuck me…», le accarezzo la testa.
Quando il taxi arriva sono le sette meno dieci. «Hotel Sorel», dice Carol al taxista.
Guarda dritta davanti a sé e ogni tanto fuori dal finsetrino la luce del giorno che nasce. Il suo viso è quello di una persona assente.
«Sono ventun euro», dice il taxista.
Faccio per pagare ma lei mi ferma e gli dà trenta euro; prende il resto ed esce. Prima di chiudere la portiera mi guarda un attimo, poi sbam.
«Lei dove và?», chiede l’autista.
«In… stazione?».
«In stazione?».
«In stazione».
Nel cesso del treno guardo la pagina pubblicitaria con Carol Swanzee in jeans. Live Life. Mi sto facendo una sega.
Quando vengo il mio seme si perde nel buco aperto sopra i binari che scorrono.