BIANCA
di Giuliano Loperfido
A me Bianca piace un sacco.
Anche adesso che sembra aver perso la sua aura di perfezione, mentre Ridolfi la sbrana nell’interrogazione di letteratura.
Bella forza, quel pazzo genialoide leggeva Dante al posto delle favole, quando aveva cinque anni. E forse Bianca è meno stimolata da Dante, che dalla teoria dei quanti o dalla trigonometria.
Quel che è certo è che se l’interrogazione fosse stata di fisica o di matematica, non sarebbe stata messa sotto in questo modo (anche perché Ridolfi ha chiarito il primo giorno del primo anno alla prof Ronchi, che per lui le materie scientifiche non esistono, che abbruttiscono e impoveriscono il suo pensiero, che sono un’invenzione che priva l’essere umano della sua spiritualità e che per questa serie di ottime ragioni, si riservava il diritto di leggere comodamente il giornale, durante tutte le sue ore di lezione).
Comunque non è affar mio chi dei due va meglio a scuola. Non me ne frega proprio un cazzo, a dirla tutta. E’ Bianca che la vive come una gara, che ha una mania per essere sempre un passo prima degli altri. Per questo la immagino disperata, adesso.
Ridolfi la sta scherzando, ha incasellato una serie di interpretazioni personalfilologiche sul sesto canto del paradiso, da lasciare mezza classe con lo sguardo strabuzzato.
“Diavolo d’un Ridolfi”, mi viene da pensare.
Il guaio è che mi è simpatico, nonostante sia un fulminato di categoria: la sua aria snob e altezzosa, si sposa a meraviglia con quella massa semovente di capelli, tanto scuri, quanto unti, che gli apparecchia il grosso cranio. Una volta mi ha addirittura spiegato che lui i capelli li lava non più di una volta all’anno, perché i vantaggi, nel tenerli lerci, superano di gran lunga gli inconvenienti; per esempio la loro pettinabilità guadagna punti su punti e, cosa da non sottovalutare, Ridolfi è assolutamente convinto che dopo un certo tempo, circa un paio di mesi, di astinenza dallo shampoo, i capelli tornino puliti da soli. Come e perché questo succeda, non me l’ha confessato, né io ho voluto chiederglielo.
Però mi ha detto che a casa sua, ha un quaderno dove tiene annotate tutte le sue teorie su come gira il mondo e un giorno questo quaderno finirà nelle mani giuste e allora lui sarà ricco.
Mi piacerebbe leggere le sue teorie.
Mi piacerebbe anche, vedere dove abita Ridolfi, scoprire come è fatta camera sua, se attacca anche lui i poster alle pareti, se ha dei dischi o delle cassette, se ascolta musica o guarda la televisione. Se gli piacciono le ragazze.
Magari scoprirei che in realtà è un cristiano come tanti altri, che si è costruito questo personaggio sullo stile geniostralunato, solo per farsi notare.
O magari no, chissàppiù.
Quando torno a concentrarmi sull’interrogazione, Bianca è solo un cumulo di macerie.
Tra i prof del consiglio di classe, Fiorelli è l’unico che riesca a provare simpatia e stima per Ridolfi, essendo la sua materia l’unica che gli solletica l’intelletto tra quelle che dobbiamo studiare (ogni tanto si da la pena di fare qualche ricerca di storia dell’arte, ma nessuno ha ancora capito se ciò accada per suo interesse sull’argomento specifico o se sia più semplicemente il risultato di un’imprecisata folgorazione).
Dunque Fiorelli si gode con aria decisamente compiaciuta, lo show del suo allievo preferito e ignora completamente, dandole pure le spalle, la MIA allieva preferita, che si contorce le dita esili, all’estremità opposta della cattedra.
Il prezzo impagabile dell’esclusione, la vergogna, assale Bianca, colorandole le guance di rossosangue.
I suoi occhi sono ridotti a fessure sottili come strisce, da cui esce, serpeggiando, una luce gialla gialla, tipo quella delle lampadine per tenere lontani gli insetti.
E’ come se all’interno del suo corpo, la rabbia selvaggia che prova verso se stessa, per non essere all’altezza della situazione, stia provocando l’autocombustione contemporanea di tutti gli organi.
Per un attimo me la immagino a sputare fiamme dalla bocca, addosso al prof, addosso a Ridolfi, addosso a tutti gli altri compagni.
Eccetto me, ovviamente.
Il drago Bianca, percosso dal furore del fuoco, si scatena, si contorce, incenerisce tutto e tutti.
Poi, d’improvviso, torna l’adorabile figa che conosco, mi guarda, sorride, mi tende la mano come per chiedermi di afferragliela e mi chiede di seguirla.
Ah, dimenticavo. E’ nuda.
Però questa non è un’immaginazione. E’ un ricordo.
Perché io Bianca nuda, l’ho vista per davvero una volta. Proprio qui a scuola.
Ed è stato li, che mi sono innamorato di lei.
Ero dovuto restare a scuola oltre l’orario di chiusura, per scontare una punizione della prof Santini di educazione fisica; durante l’ora di ginnastica del martedì, si era scatenata la solita partita-rissa di basket contro la 1°f, la classe che divideva con noi la palestra.
La 1°f era capitanata da Landri, un tizio che mi stava assolutamente sulle palle, un vero coglione, per come la vedevo io. Nonostante non ci fosse nulla di nulla in palio, era frequente che, durante le partite, il nervosismo si impennasse a livelli di guardia.
Quel giorno mi capitò di segnare il canestro decisivo per arrivare a trenta, che mi marcava proprio Landri. Non appena la palla scivolò dentro la retina, sentii nel profondo del mio cuore il bisogno irrimandabile di festeggiare a dovere.
Fu un attimo: guardando Landri steso a terra, sudato e sporco, mi abbassai le braghe della tuta e le mutande e, mentre gli sventolavo le chiappe sotto il naso cominciai a gridargli -..mangia la mia merda Landri, mangia la mia merda!!!-
Per mia sfortuna la prof di educazione fisica mi stava giusto a due metri dal culo e si mise a gridare che considerava il mio gesto, oltre che estremamente maleducato, anche lesivo della sua autorità.
Io provai a difendermi come potevo:
“Guardi che io il culo lo stavo facendo vedere a Landri!”le dissi.
“Ma allora davvero non capisci, non ti rendi conto”disse lei.
“No, è lei che non capisce…lo facevo vedere a LANDRI!!! A Landri, non a lei prof…”.
Si incazzò ancora di più.
Davvero. Non capivo.
Così per punizione, fu ordinato che doposcuola, nel pomeriggo, avrei aiutato il bidello Dario a passare lo straccio negli spogliatoi.
Il bidello Dario era un tipo piuttosto accondiscendente. Rispondeva “…per me va bene…”, qualsiasi fosse la richiesta.
Pare che anche al suo matrimonio, quando il prete gli aveva posto la domada fatidica, il bidello Dario avesse risposto lapidario: “…per me va bene…”.
Infatti accettò la mia proposta di fare uno spogliatoio a testa, senza neppure pensarci troppo:
“Io prendo quello delle donne, tu quello degli uomini, ok Darione?” gli domandai.
“Per me va bene”rispose lui.
Oltre la porta dello spogliatoio delle femmine, stava irrompendo la primavera. Dalla finestra lasciata aperta, sbocciava una luce tersa, che colorava di giallo le pareti della stanza.
La prima cosa che mi venne in mente guardandomi attorno, fu che lo spogliatoio delle femmine, al contrario di ciò che immaginavo, era assolutamente identico a quello dei maschi. Lo stesso penetrante odore di corpi sudati, la stessa squallida aria di disordine e confusione, le stesse pozze d’acqua grigia nelle cavità del pavimento. C’erano addirittura un calzino sporco e una scarpa da tennis consumata e lacera, abbandonati sotto una panca.
Ma il dilagare del sole del pomeriggio illuminava quello spettacolo triste, trasformandolo, rivoltandolo, rendendomi quasi felice.
Afferrai lo straccio e il secchio rosso avvicinandomi al centro della stanza.
Fu allora che mi accorsi del rumore dell’acqua che proveniva dalle docce:”qualcuno l’avrà scordata aperta”, pensai.
Poi mi voltai e vidi lo zaino.
Feci un passo in avanti e li apparve Bianca. Nuda. Tutta bagnata. In cambio di niente.
“Che pezzo di figa”fu il mio primo pensiero.
E il secondo fu:”Che gran pezzo di figa”.
E all’improvviso, stavo diventando qualcun altro.
La potenza acciecante di quel corpo nudo, cambiava in modo irreparabile le carte in tavola. La vita tremava attraverso le mie gambe e sotto i miei piedi. Come nascere di nuovo, senza essere morti.
Foto di femmine nude, ne avevo già viste.
E già da un paio d’anni avevo cominciato a farmi le seghe, dapprima saltuariamente, poi, una volta realizzato che non c’era nulla di male e, soprattutto, che potevo farmene quante e quando mi pareva, avevo preso a darci dentro con frequenza sempre maggiore.
Ma qui, le foto, le seghe, il bidè, scomparivano negli archivi dell’infanzia.
C’era un corpo candido, davanti a me, il corpo di una donna, già con le sue linee, con le sue forme, con le sue curve.
E c’era una serie infinita di cose da non dimenticare: il taglio obliquo della luce, che colorava la metà destra del suo corpo, avvolgendo d’ombra tutto il resto; l’odore dell’aria mescolato all’odore che, ero sicuro, proveniva dalla sua pelle.
E poi come ero vestito, che pantaloni, che camicia, che maglietta, cosa avevo fatto un’ora prima, due ore prima, la mattina a scuola, il mio culo sventolato sotto il naso di Landri, l’incredula rabbia della professoressa Santini.
Il giorno che vidi Bianca nuda. Era un bel titolo.
Dovevo ricordarmi tutto, dovevo imprimere la memoria con quel calco finchè fosse rimasto fresco.
Ripercorsi con lo sguardo tutta l’immagine, partendo dai piedi, sottili, leggeri e poi i polpacci, quasi senza forma, molli, poi le cosce, già più robuste e carnose, venate di rosa, sopra cui troneggiava l’ape regina, nascosta da quel congresso di chiari peli arricciati.
E, poco più in alto, il suo petto cominciava ad essere cosciente del potere magnetico che avrebbe esercitato su chissà quanti uomini, in un futuro non troppo lontano. Le sue tette erano proprio belle, nuove, lisce, giovani, sembravano punti luminosi, sorgenti di luce.
Erano talmente belle, che il solo pensiero capace di fendere il vuoto d’estasi della mia mente fu questo:
“Che meraviglia pensare che per ogni tetta su questa terra, ce ne sia per forza un’altra, cinque centimetri più a lato”.
Ma guarda un po le femmine! Se mai mi avessero detto che entrando per caso in uno spogliatoio e sorprendendoci qualcuno nudo, sarei stato io a fare la figura di merda, credo che mi sarebbe venuto da ridere.
Invece stava succedendo.
Quanto tempo era passato? Davvero non ero riuscito ad aprire bocca? Davvero ero così inchiodato al pavimento?
Ci sei ancora Bianca? E io, ci sono ancora?
Mi scrollai, strizzai le palpebre.
Bianca c’era ancora, peraltro sempre nudissima.
-Me lo passeresti il telo per piacere? E’ dentro lo zaino-
-Ma, non vuoi che esca?-
-A dire il vero, vorrei che tu non fossi mai entrato. Ma, dato che sei qui, me lo passeresti il telo?
-No è che in realtà devo fare le pulizie, non è che sono entrato così, senza motivo… nel senso…ero d’accordo con Darione…cioè, per lui andava bene-
-Per lui va sempre tutto bene…Me lo passeresti il telo?
Le passai il telo.
Magari lei si aspettava che a quel punto sparissi per davvero, ma debbo confessare che la cosa proprio non mi andava. Ero nel centro del tornado più potente che mi avesse mai investito. La svolta, il climax.
Donne vere! Ecco cosa mi serviva!
La folgorazione arrivò a bruciapelo: donne vere, in carne e ossa!
Devo chiudere con la carta, pensavo, e cominciare a darmi da fare con la carne.
Non ci penso neppure ad andarmene, Bianca. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello.
Donne vere…
Abbassai lo sguardo verso i pantaloni: ce l’avevo inequivocabilmente durissimo.
Afferrai lo spazzolone e cominciai a passare lo straccio sul pavimento lercio. Sentivo Bianca vestirsi alle mie spalle, ma non avevo il coraggio di girarmi. Mi era venuto addosso un caldo bestiale, che quasi soffocavo. Sbottonai la camicia che portavo sopra una maglietta rossa, come fanno le cartole che si vestono all’ameriana. Il fatto che non mostrasse il minimo disagio, circa la mia presenza, mi confondeva fino a imbarazzarmi.
Poi mi domandò perché fossi li di pomeriggio, a fare le pulizie.
-Hai presente Landri? Quel tipo orrendo della 1°f?-le risposi continuando a guardare lo straccio.
-Stava con una mia amica l’anno scorso- sussurrò.
Il brivido della figura da stronzo, mi raddrizzò la spina dorsale. Ma subito mi tranquillizzai, quando lei proseguì:
-Si, comunque mi è sempre stato abbastanza antipatico. Fa tanto il fenomeno su tutto, io sono stato qui, io ho fatto questo, io ho conosciuto quest’altro… A me da l’idea di essere un po uno sfigato, mi sa che è pure un ciellino. Tra l’altro la Betta mi ha detto anche che ce l’ha piccolo. Piccolo come un mignolino.
Avrei senz’altro dovuto girarmi, guardarla e dirle che io invece ero un ragazzo tranquillo, tutt’altro che ciellino e soprattutto che il mio era grosso il doppio di un pollice, altro che mignolino.
Invece proseguii, con lo sguardo perso nell’acqua torbida del secchio:
-Bè ecco, anche a me sta parecchio sulle palle, percui…stamattina…giocavamo a basket…insomma, gli ho fatto canestro in faccia e..gli ho fatto vedere il culo-
-Gli hai fatto vedere il culo?
-Gli ho messo i miei chiapponi in faccia,si…ho fatto proprio così. Solo che la Santini era giusto dietro di lui e mi ha fatto una gran scenata e mi ha costretto a stare qui a pulire con Darione..-dissi io.
-Sei un tipo curioso, sai? In classe non ti si nota un granchè. Non pensavo avessi di questi numeri, in tasca-
E io chissà cosa avrei dovuto rispondere. Non mi veniva in mente nulla di adeguato.
Non capivo neppure se era un complimento o un’offesa, però dal tono della sua voce sembrava che il mio racconto l’avesse divertita.
-Comunque per vedere l’umiliazione sulla sua faccia di stronzo, direi proprio che ne è valsa la pena.
A quel punto lei fece un gran respiro, di quelli che di solito mettono fine a una conversazione e poi sentii il rumore della lampo che chiudeva la cerniera del suo zaino.
Fu allora che finalmente mi girai.
Bianca mi sorrideva, incorniciata di rimbalzo da un raggio di luce: porco mondo, mi sembrava la madonna! Si era rivestita con un paio di jeans sdruciti sulle ginocchia e una maglietta bianca a pallini rossi. Teneva lo zaino su di una spalla e con le mani raggruppava ciocche di capelli umidi, dietro l’altra.
Fece scivolare il suo saluto oltre le labbra:
-Vabbè, io vado. Mi piacerebbe non essere sulla bocca di tutti, domani. Cioè, se tu potessi evitare di far sapere…
-Non c’è problema-dissi io con il tono più profondo che mi apparteneva-Ci vediamo domani.
Poi uscì dalla porta.
Io mi misi a sedere. Ero ancora sconvolto. il cuore pompava a tutta e avevo la fronte zuppa di sudore. Provavo quasi rabbia, quest’idea che lei se ne fosse andata e che io non avessi tentato nulla per trattenerla, mi indignava, ma ormai il momento era svanito.
Cazzo, ero di nuovo solo! Come se fosse passato un terremoto, di cui m’ero accorto solo io, non c’era nessuno a cui potessi raccontare i cinque minuti più sconvolgenti della mia vita.
La rabbia si stava lentamente trasformando in tristezza.
Alzai di nuovo gli occhi alla porta e vidi il bidello Dario fermo sulla soglia.
Per un attimo presi in considerazione l’idea di raccontargli tutto, di sfogarmi con lui, di cercare di capire se anche lui era rimasto così colpito dalle forme femminili, la prima volta che se le era trovate di fronte.
Poi lo guardai, la faccia di un cane appena sveglio, due borse gonfie sotto gli occhi stanchi, i capelli bianchi tutti in disordine e la bocca mezza aperta in una strana espressione d’affanno, tipo quella di uno che è appena arrivato in cima a qualcosa. Allora gli dissi:
-’scolta Darione, direi che possiamo far basta così e andare a casa…tanto domani qualcuno lo risporcherà, sto spogliatoio-
-Per me va bene, a j’o voia anc’a me d’ander a cà-disse lui.
A casa, quella sera, non mangiai. Dissi a mia madre che avevo mal di testa, me ne andavo in camera mia e non volevo essere assolutamente disturbato.
Non per caso usai la formula di cui mi servivo quando volevo picchiarmi l’uccello in santa pace; era talmente risaputo che per me, “avere mal di testa”, equivaleva all’andare a farsi una sega, che ogni tanto, quando lo annunciavo con aria a metà fra il solenne e il divertito, mia madre rispondeva:
-Oh, mal di testa, guarda che io te le cambio al sabato le lenzuola…li dentro dovresti anche dormirci, se ti capita-
Però stavolta era diverso.
Appena chiusa la porta mi girai di scatto e osservai la mia stanza: il mio regno, il posto più mio che ci fosse sulla faccia della terra. Tutto, li dentro, riconduceva a me, ero il sovrano, il capo, il presidente.
All’improvviso però, cominciava a sembrarmi stretta, piccola. Volevo di più, avevo bisogno di espandermi.
E avevo un maledetto bisogno di trovare una regina.
Osservai impetrito il mio letto: ci immaginai sopra Bianca e sopra Bianca c’ero io, in una di quelle pose di cui erano strapieni i miei giornaletti. Ma noi lo facevamo per davvero, non c’era mica nessuno a fare fotografie.
Lo facevamo perché ci andava, perché ci piaceva così.
Mi diventò duro in un baleno, ovviamente.
Allora mi precipitai verso i cassetti della scrivania, aprii il secondo e tirai fuori tutte le riviste: “Porno show””Girls Girls Girls””Porno movie””Oral sweetness”.
Le infilai in un sacchetto di plastica, che richiusi con un nodo. Le avrei buttate tutte la mattina dopo, andando a scuola. Poi mi tolsi i vestiti e mi infilai sotto le coperte.
“Bianca, Bianca, Bianca, Bianca, Bianca”. Avrei dato tutto quel che avevo perché lei fosse li con me in quel momento. Li o da qualsiasi altra parte, si intende.
Mi addormentai abbastanza tardi e feci un sogno strano: ero a scuola e parlavo con dei ragazzi nel corridoio, a proposito della partita del Bologna. Bianca era sullo sfondo, ma ogni tanto ci guardavamo di sfuggita, ci cercavamo con sguardi affamati, pieni d’ansia e di voglia ed erano chiare a tutti e due le vibrazioni magiche, che accompagnavano i nostri corpi uno verso l’altro.
Al risveglio, mentre la luce flebile segnalava l’arrivo del giorno, impigliandosi tra le persiane chiuse, la prima cosa che pensai, fu, ancora, semplicemente:
”Bianca”.
Da allora sono passate due settimane.
Non sono più riuscito a ritagliarmi uno spazio con lei, da soli. Chiaro, c’è un rapporto molto diverso, rispetto a prima, si può quasi dire che stiamo diventando amici.
Il fatto che io non abbia detto nulla di nulla a nessuno, l’ha sicuramente sorpresa e ben impressionata. Adesso, alla mattina, mi saluta sempre e spesso mi chiede anche se ho fatto qualcosa di carino il giorno prima, tipo andare sui colli in vespa o magari se ho giocato di nuovo a basket con Landri.
Io le rispondo cercando di risultare il più gentile possibile, ma facendo anche molta attenzione a nascondere qualsiasi slancio, che possa tradire la mia passione. Perché ne ho un po’ vergogna in verità: niente può realemente farmi pensare di piacerle, se non che ha evitato di prendermi a sberle quando l’ho sorpresa nuda in bagno. E sono terrorizzato dalla possibilità che mi rifiuti.
Poi l’interrogazione finisce.
Fiorelli tossisce e da i voti, mentre Bianca e Ridolfi tornano a sedere, lei tre file davanti alla mia, lui, invece, di fianco a me(anche perché sono l’unico in classe, con cui ha uno straccio di rapporto, quindi, nei giorni in cui viene a scuola, mi ha eletto suo vicino di posto).
Ridolfi si becca un otto. Bianca sei meno(forse anche un po regalato, pensiamo in tanti).
La spio mentre si appoggia allo schienale della seggiola ed è arrabbiata, contrita, nervosa.
Ridolfi si siede, si passa una mano tra i capelli rigorosamente lerci da fare schifo, poi se la odora. Dopo si gira verso di me e dice:
-Ieri ho pensato che non mi dispiacerebbe, per vivere, fare il regista porno. Sai, dev’essere una vita divertente: ti trovi in queste ville abbastanza decadenti, con tre o quattro gnocche pesissime e due o tre bestioni da monta, ti inventi un pretesto per farli scopare, li riprendi con dovizia di particolari e se tutto va come deve andare nel giro di un paio d’anni sei a posto. Mica male no? Tu l’hai mai visto un film porno?-
Lo guardo un attimo. Mi vede perplesso. Allora ripete, scandendo le lettere:
-F-i-l-m-p-o-r-n-o, hai presente?-
-Qualcosa, non proprio film, ma…-
Mi interrompe subito:
-Vabbè, non mi interessa…Però pensavo che…questa tipina che ha fatto l’interrogazione con me…non è male sai…mi stuzzica…com’è che si chiama? Bianca? Glielo devo proporre, potrebbe diventare la mia star…si credo che ne farei un puttanone d’eccezione-dice.
Questo matto non smette mai di sorprendermi.
-Bè-gli dico io, anche per scherzarci su-se un po’ la conosco prima devi aspettare che la smetta di odiarti per la sberla morale che le hai dato alla cattedra. Lei detesta perdere-
Però quando suona la campanella, lo vedo che punta Bianca con decisione e le si avvicina.
Li osservo a distanza, con un po di apprensione: non vorrà mica dirgli davvero di quel delirio dei film porno?! Facciamo sedici anni a gennaio, santoddio!
Imbocchiamo il corridoio sommersi dalla confusione.
Continuo a ripetermi che non è possibile che ci attacchi discorso così, dal nulla: sono quattro mesi che siamo in classe assieme e non si sono mai nemmeno sfiorati!
Ma lui è li che parla, non lo sento, ma lo vedo, è li che si sbraccia, gesticola, sembra che diriga un’orchestra. La sta imbonendo!
E Bianca, porcaputtana, non lo respinge, anzi lo guarda divertita e risponde e ridacchia pure.
No. No. Questa poi no. Con Ridolfi assolutamente no.
Fuori dal portone vengo travolto dalla mandria umana del riflusso degli studenti in uscita e così li perdo di vista.
Sono corroso da un’ansia acida, che mi brucia lo stomaco. Li cerco dappertutto.
Poi finalmente li vedo, dall’altra parte della strada: Bianca sta salendo sul motorino di Ridolfi.
La accompagna a casa.
“Diavolo d’un Ridolfi”, faccio appena in tempo a pensare, prima che scompaiano oltre l’angolo.