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L'UOMO CHE SOFFIO' BALTIMORA A BABE RUTH

di Lorenzo Massa

Il treno filava spedito, nel formidabile freddo di quella mattina. Andava a Baltimora, ed io con lui. Baltimora, appena sopra Washington, sulla baia del Chesapeake. La più grande città del Maryland, fondata e sapientemente retta dall’ottimo Caecilius Calvert, alias barone Baltimore. Ed è bene non dimenticarlo, Baltimora a tutt’oggi è il centro portuale più importante degli interi Stati Uniti d’America.
Mi chiamo Henry LaSalle, e sono la next big thing del baseball mondiale. Sì insomma, la promessa, il talento più puro che ci sia in circolazione. Su questo, nessun dubbio. Non era certo un caso che i Baltimore Orioles mi avessero scelto. Bhè, a dirla tutta stavo andando a fare un provino, ma era una pura formalità che avrebbe anticipato di poco la firma sul mio oneroso contratto. Era ovvio che nessuno degli altri aspiranti avrebbe avuto la minima possibilità di reggere un confronto con me. Ma forse, chissà, gli Orioles avrebbero avuto bisogno anche di qualche rincalzo per la prossima stagione in MLB , ed ecco che qualcuno di quegli onesti ragazzi avrebbe potuto sperare di strappare un ingaggio. E sarebbe sceso con me, col grande LaSalle che serviva al suo pubblico un home run dietro l’altro, giù al vecchio Oriole Park at Camden Yards. Ovvio che le urla dei tifosi sarebbero state tutte per me. Per tacere delle tifose. Quelle si bagnano, quando batto io. Ma quel ragazzo, scelto assieme a me in quello spring training che per me era solo una formalità e per lui l’occasione di una vita, sarebbe stato felice di darmi un cinque prima di andarsi a sedere in panchina, a godersi lo spettacolo offerto da questo portento di battitore.
Se c’era qualcuno che, al contrario, non sarebbe stato felice del mio arrivo, questi era sicuramente Brian Roberts, destinato a cedermi lo scettro di giocatore più amato. Speravo comunque di andarci d’accordo, col vecchio Brian, mettendo da parte per il bene degli Orioles invidie e rancori, legate alla mia cifra tecnica impensabile per un’onesta seconda base com’era lui. E di sicuro sarebbe andata così, che non sono certo il tipo da far pesare ai miei compagni il mio miracoloso talento.
So cosa state pensando: i Baltimore Orioles sono una delle squadre meno competitive della lega, sono feccia, sono la barzelletta della MLB tutta. Bhè, signori, innanzitutto non è vero. D’accordo, non siamo i Giants, o gli Yankees, ma non pensiate di avere a che fare con una squadra di sprovveduti. E parlo a prescindere del sottoscritto che bhè, insomma, anche da solo la differenza la farebbe eccome. Sul serio. Parlo di giovani come Daniel Cabrera, 157 strikeout alla sua seconda stagione da pro. Parlo di Rodrigo Lopez, di Erik Bedard, dello stesso Roberts. Di Kris Benson, dritto dritto dai NY Mets. Cavoli, il futuro è nostro! Inoltre, per quanto mi riguarda, vi ricordo che un certo George Herman Ruth, detto Babe, iniziò proprio qui la sua carriera, per merito di quella volpe di Jack Dunn. Che, nel lontano 1914, ingaggiò quel ragazzino diciannovenne destinato a diventare la più grande leggenda del baseball professionistico. Gli diede anche il nomignolo col quale sarebbe diventato famoso, e poco importa se appena un anno più tardi fu costretto a cederlo ai Red Sox. La leggenda era pronta,  le donne calde e le birre ghiacciate più che mai.

Ma al di là di tutti questi bei discorsi, pensai bene di dormire un paio d’ore. Era proprio il caso di arrivare al campo riposato, e benché la cosa mi apparisse evidente mi rallegrai silenziosamente per aver avuto questa pensata. Non che l’ingaggio potesse sfuggirmi in qualche modo, ma nei rapporti coi dirigenti e i general managers non era mai stato tanto bravo quanto sulla casa base. Ci tenevo a fare bella figura, anche coi tifosi che, evento eccezionale per uno spring training, sarebbero accorsi in massa e mi avrebbero fatto firmare mazze e cappellini. Ci tenevo, dopotutto Baltimora aspettava l’erede di Babe Ruth da quasi un secolo. Qualche TV locale mi avrebbe intervistato davanti alla casa dove Babe nacque,  al 216 di Emory Street, nella parte sud di Baltimora. E io avrei risposto che speravo di battere quel suo record di sessanta fuoricampo, nel campionato del 1927.  Soltanto trentaquattro anni dopo Roger Maris, con la casacca degli Yankees, seppe batterne uno di più. Era ovvio che il mio vero obiettivo erano i settantatre di Barry Bonds, il record attuale, ma era bene, in quel tipo d’intervista, non perdere mai di vista il buon Babe. Certi trucchetti è bene impararli alla svelta. E poi applausi, le grida dei bambini, il nuovo idolo ambizioso che sogna di spazzare via quello vecchio. Con quella dose di rispetto che compete solo a chi è destinato a divenire leggenda.
Allungai i miei prodigiosi arti, badando di non arrecare disturbo ai miei compagni di viaggio, e tentai di dormire. La ragazza di fronte a me staccò per un attimo gli occhi dalla rivista che stava leggendo con interesse variabile dall’inizio del viaggio, e accennò un sorrisetto con quella bocca sottile e piena di rossetto lucido. Doveva avere suppergiù diciotto anni. Aveva dei jeans chiari e una giacca dello stesso colore dei pantaloni. Delle orribili scarpe nere alte fino alla caviglia, dalle quali spuntava un paio di calzini fucsia. I suoi capelli erano lunghi e castani, lisci. Tutto sommato, era bella. Era chiaro che fra qualche anno il mio giudizio sarebbe stato diverso, con la sfilza di donne mozzafiato che mi avrebbero fatto la corte e che avrebbero pagato di tasca loro per farsi vedere in giro con Henry LaSalle, l’uomo che soffiò Baltimora a Babe Ruth.
Ma per ora, era bella.
<< Oh, scusami, cercavo di mettermi comodo, avevo intenzione di farmi un sonnellino. Mancano ancora diverse ore, per Baltimora. Mi chiamo Henry La Salle, e sono il nuovo battitore degli Orioles. Ecco il motivo del mio viaggio >> .
<< Ah >> fece lei << gli Orioles, aspetta aspetta…cos’è, baseball vero? Ma sì, la MLB. Oh guarda, in effetti odio il baseball, letteralmente, lo detesto. Di tutti gli sport che ci sono. Bhè, sì, in effetti non penso nemmeno di conoscerne le regole, però sai, a vederlo giocare….così lento, Cristo, dieci secondi di gioco e due minuti di pause. Ci credo che quelli che seguono il baseball sono tutti obesi, a veder una di quelle partite lì se non ti piazzi sullo stomaco almeno tre hot-dog con birra e tutto il resto, mica ci arrivi in fondo sano e salvo >> .
Bhè, di certo non potevo sapere di essere seduto di fronte ad una pazza. Oddìo, a vedere quelle scarpe forse…e quella rivista tutta rosa e stelline che leggeva da quando si era seduta su quella poltrona di seconda classe. Non avevo certo intenzione di mettermi a discutere con una ragazzina cercando di convertirla al baseball, consigliandole magari di comprare di tanto in tanto “Baseball America”, al posto della rivista rosa con le stelline, per vedere un po’ come se la cavava quell’ Henry LaSalle che cercava di dormire di fronte a lei in treno. Garantito che se mia figlia avesse deciso di uscirsene con dichiarazioni del genere sarebbe finita in una di quelle scuole in cui un affiatato gruppetto di suore inflessibili e baffute ti fa rigare dritto alla grande. Esattamente come capitò a Babe, all’epoca ancora semplicemente George, che proprio alla St. Mary's Industrial School for Boys incontrò quel padre Mathias che lo rimise sulla retta via. Poi lui fece il resto. Frati cattolici e baseball, Baltimora non l’avrebbe dimenticato.
<< Non credo siano esattamente tutti obesi, i nostri tifosi. E comunque le pause sono parte integrante del gioco, lo dico a te che affermi di non conoscerne le regole >>, chiosai.
Si spense il sorriso, sul suo bel volto di ragazzina tutta jeans e stelline, e di certo si era convinta che mi fossi offeso a morte.
<< Non intendevo essere scortese, devi perdonarmi. Hai ragione tu, io non conosco neanche le regole del gioco, quindi sì, alle volte sarebbe meglio se me ne stessi zitta. Il fatto è che se penso a quando mio padre mi portava a vedere le partite, quando ero ancora una bambina, oh ti garantisco che non ho dei bei ricordi! Mi ci annoiavo proprio, alle partite di baseball, e mi accorgevo di come mio padre guardasse con invidia tutti quei padri che avevano figli maschi. Io comunque mi chiamo Penny, Penny Parker >>.
Parlava così velocemente che si faceva fatica a starle dietro.
Senza nemmeno aprir bocca le feci segno che non c’era problema, anche se avrei voluto farle credere di non essermela affatto presa per le sue uscite da sciroccata.
<< Ma senti >> riattaccò << credevo che questo fosse il periodo dello spring training, non delle firme sui contratti >>
La guardai negli occhi, per la prima volta da quando avevamo dato via a questa nostro scambio di vedute sul baseball. Mi guardò a sua volta, e si riappropriò del sorriso che aveva smarrito per pochi attimi.
Non eravamo soli in quello scompartimento, io e Penny.
Assieme a noi c’era un uomo sulla trentina, con indosso una camicina a righe di quelle che non mettereste mai e poi mai, per nessuna ragione. Aveva i capelli impomatati appiccicati ai lati della nuca, e la barba perfettamente rasata da non più di un giorno. Il suo cellulare, che stava tormentando da ore con le dita, emetteva deboli fasci di luce bluastra.
L’ultimo dei nostri compagni di viaggio era un ragazzino che doveva avere suppergiù l’età di Penny. Il suo volto era in buona parte ricoperto di brufoli rosso fuoco. Di tanto in tanto si guardava attorno con aria spaesata, strabuzzando quel paio di occhietti piccoli piccoli e corvini .
Entrambi ascoltavano facendo finta di nulla i nostri discorsi, e non vedevano l’ora che riattaccassi rispondendo a Penny.
Diedi un colpetto di tosse preliminare, così, per darmi un tono, che di quei tempi non avevo assolutamente la tosse, e le risposi.
<< In effetti sì, questo è il periodo dello spring training. Ma vedi, io vengo dal college, sono obbligato ad andarci. Alcuni neanche si immaginano che per me è già pronto un contratto miliardario, in qualche cassetto di qualche scrivania. Non posso presentarmi come se venissi da una stagione da cinquanta home run in MLB. No, nel baseball non funziona così, Penny >>.
Addirittura, intervenne camicina a righe. << Anche Babe Ruth, se ricordo bene, fece lo spring training a Baltimora. Tu conosci Babe, Penny? Non è certo necessario amare il baseball per conoscere Babe. Così come non serve essere degli esperti di blues per sapere che Sonny Rhodes e la sua band sono esattamente il meglio che ti possa capitare tra le mani >> .
 Mi scambiai uno sguardo d’intesa con lui. Più per l’uscita su Babe, ma anche quell’altra su Clarence E.Smith, in arte Sonny Rhodes, mi aveva piacevolmente impressionato. Per quanto forse un po’ avventata.
<< Babe Ruth, eh? Sì me lo ricordo, la grande stella degli Yankees >> rispose Penny.
<< Ma certo! >> fece camicina a righe, rituffandosi con le spalle nella poltroncina a scrutare il suo telefonino cellulare di ultima generazione.
A questo punto, intervenne anche il ragazzo pieno di brufoli. In quello scompartimento si respirava baseball, oh sì!
<< Però quando Babe si ritirò fu sostituito da Joe Di Maggio, agli Yankees, e fu allora che i Bronx Bombers cominciarono a vincere sul serio. Dieci titoli in quindici stagioni, a tanto il buon Babe non era arrivato >> .
<< Mi pare abbastanza evidente >> dissi << che un giocatore non può vincere i campionati da solo. Inoltre prima del 1935 i rivali degli Yankees erano molto più agguerriti: c’erano i Giants, i Philadelphia Athletics, i St.Louis Cardinals. Babe vinse quattro volte il titolo, e visto come stavano le cose quei quattro valgono come i dieci di Joe DiMaggio, se non di più >> .
<< Joe DiMaggio, cavoli, il marito di Marylin! Bhè, penso che lui sia davvero famoso in tutto il mondo, mica solo qua da noi negli Stati Uniti d’America. Altrochè Babe Ruth! Con quel nomignolo poi… >>  disse Penny.
Non intervenni dopo questa dichiarazione delirante di Penny. Che, tanto per essere chiari, normalmente mi avrebbe mandato su tutte le furie.
Mi sentivo all’improvviso terribilmente depresso, svuotato, quasi non stessi andando a garantirmi un futuro da stella dell’MLB
Stava piovendo alla grande, il cielo era grigio grigio, ed ecco che, in modo del tutto inspiegabile, cominciai ad essere tormentato da dubbi e preoccupazioni di vario genere. E se allo spring training di quest’anno si fosse presentato qualche altro fenomeno proveniente dal college, proprio come me? Nessuno che potesse essere al mio livello, questo è chiaro…ma qualcuno abbastanza bravo da potermi tener testa, almeno inizialmente. Dando l’illusione a tutti di essere del mio stesso pianeta. O addirittura, mio dio, di essere meglio. In certi casi la furbizia può avere la meglio sul talento. Soprattutto se chi ti deve giudicare ha solo poche ore per farlo. E se non avessi battuto come so battere io? Ovvero alla grande? E se mi fosse venuto mal di testa proprio una volta sceso nel diamante? E se mentre battevo mi fosse venuta in mente Penny che esaltava DiMaggio e gettava fango su Babe Ruth, solo perché quel marpione di italo-americano sposò Marylin la bionda? Se mi fosse venuto in mente il ragazzino brufoloso che blaterava riguardo a titoli vinti e non vinti? Se mi fosse proprio capitato un novello DiMaggio, furbetto ed ammiccante, che fosse riuscito ad ingraziarsi lo staff degli Orioles, ostentando incondizionata fiducia in se stesso per insabbiare la sua inferiorità? Se non avessi trovato il campo? Se mi fossi tagliato con la carta mostrando il biglietto al controllore? Se mi avessero rubato il bagaglio alla stazione di Baltimora?
Ecco, dubbi.
E pure una bella sfilza.
Mi addormentai quasi senza accorgermene e mi ridestai un paio d’ore dopo con un gran male al braccio destro, per colpa di quelle posture innaturali che si assumono quando si dorme in treno.
Controllai l’orologio e mi resi conto che non mancava molto, al nostro arrivo a Baltimora.
Nello scompartimento era tornato il silenzio, nessuno parlava più di baseball. Penny era tornata alla sua rivista, camicina a righe al suo cellulare, il ragazzino brufoloso alla sua aria da ebete. Che colpa ne aveva Babe - mi chiedevo -  se le sue uniche due donne ufficiali erano state Helen Woodford e Claire Merrit Hodgson? Per inciso, Babe, oltre ad essere il re dei fuoricampo, era celebre anche per l’incalcolabile numero delle sue amanti. Joe DiMaggio e consorte non avevano certo nulla da insegnargli, sull’argomento.
Continuava a piovere, il rumore delle gocce si confondeva con la campanella del carrellino delle bibite che aveva ormai raggiunto il nostro scompartimento numero tre. Esatto, proprio il numero di Babe, ma non ero certamente in vena di far caso agli innumerevoli segni che il destino sa mandarci. Mi venne pure in mente Jacqueline, la mia fidanzata, la cui ultima minaccia prima della partenza fu di piantarmi in asso se solo mi fossi azzardato ad andare a vivere in quel buco d’inferno di Baltimora, come lo chiamava lei (solitamente le rispondevo che una città gemellata con Genova, Cadice, Xiamen, Gbarnga, Alessandria d’Egitto, Kawasaki, Luxor, Odessa, Pireo e Rotterdam non poteva essere un posto così riprovevole).
A ben guardare, l'amore nella maggior parte dei suoi effetti somiglia più all' odio che all'amicizia”,  mi avrebbe sussurrato François De La Rochefoucauld prima di offrirmi una birra o una di quelle sue sigarette francesi. Insomma, più ci stavo a pensare, più le turbative per la buona riuscita del mio spring training aumentavano. A quanto pareil pianeta Terra si stava coalizzando contro il povero Henry LaSalle, il cui destino era ormai in bilico tra la gloria imperitura di novello Babe Ruth, e la miserabile condizione di talento inespresso e impotente, a cui sarebbe stato clamorosamente negato l’ingresso nella Baseball Hall of Fame.
Mentre mi tormentavo con questi pensieri, di cui peraltro avrei fatto volentieri a meno, il treno era ormai in procinto di entrare nella stazione di Baltimora. I passeggeri avevano cominciato a lasciare le proprie postazioni per avvicinarsi alle uscite, compresi i miei tre compagni. Camicina a righe e quell’altro filarono fuori in gran velocità, probabilmente ansiosi di essere tra i primi a smontare. Penny si alzò per recuperare il suo bagaglio,  poi si voltò verso di me e mi sorrise.
<< Allora buona fortuna, Henry. Se ho capito bene, sentirò parlare nuovamente di te >> .
<< Lo spero bene. Anche se non lo puoi mai sapere, nel baseball. Mica ti basta il talento, oh no, magari fosse così >> .
<< Sono sicura che ce la farai, non ci sono dubbi. Ah, e ricordati di me, Penny Parker, quando sarai famoso. Chissà, magari diventerò la più grande appassionata di baseball di tutto il Maryland. E comunque, meglio se ti sbrighi ora. Siamo quasi arrivati >>.
Mi chiedevo perchè Penny fosse tanto sicura che sarei riuscito a diventare una star dell’ MLB. Probabilmente non lo era affatto, mi risposi. Cercava di spronarmi, o qualcosa del genere. Forse si era accorta che la mia spavalderia era un po’ scemata, o magari si era convinta che una volta famoso l’avrei portata a cena in uno di quei ristoranti coi camerieri che ti recitano a memoria il menu in francese. Forse avrebbe già parlato di me alle sue amiche, << Preparatevi che ho la sensazione che la vostra Penny, di qui a breve, riceverà un invito a cena da una certa star del baseball >> avrebbe detto loro, facendo gli occhioni da cerbiatta.  Ora sì che mi sarebbe servita un po’ della sua faccia tosta.
<< Grazie >> risposi << prendo lo zaino e mi preparo anch’io per scendere. Spero di rivederti presto, fatti un salto all’ Oriole Park at Camden Yards quando puoi, mi auguro che tu possa trovarmi là >> .
Sorrisi, lei fece altrettanto. Si avviò verso l’uscita e si voltò ancora per farmi un ultimo ciao con la mano. Risposi con un altro sorriso. Adesso, ero da solo nello scompartimento tre. Raccolsi il mio enorme zaino verde e bianco e me lo misi sulle spalle. Fuori dalla porticina scorrevole vedevo la gente accalcarsi davanti alle uscite. Dopo un viaggio così lungo si è sempre un po’ tutti ansiosi di scendere al più presto, pensai. Sembrava che il cielo fosse meno grigio, e la pioggia battente di pochi attimi prima era diventata una pioggerellina sottile e poco convinta. Mi venne in mente una frase di Joe Dugan: “Nato? Diavolo, Babe Ruth non è nato! Quel figlio di puttana è caduto da un albero! ”. Non ne sono sicuro ma credo di aver sorriso. E, se lo feci davvero, non saprei esattamente spiegarne il motivo.
D’un tratto, capii che l’ultima cosa che volevo era giocare nella MLB.  Non era per colpa delle parole di Penny, o delle minacce di Jacqueline. Non era per colpa della pioggia, né del braccio destro indolenzito. O della frase di Joe Dugan. Semplicemente, non faceva per me. Il mio talento era pronto per tornare a casa, a infilarsi sotto mezzo chilo di coperte. Avevo riacquistato lucidità, e ora il mio futuro lontano da Baltimora e da fastidiosi pitcher che tentavano di innervosirti lo vedevo con chiarezza.
<< Signore, si scende! >> Mi intimò un controllore dall’andatura ciondolante. Mi guardava interrogativo, probabilmente non capiva perché non fossi già sceso di corsa treno per andare a baciare il bel suolo di Baltimora
<< Sinceramente non ho intenzione di scendere >> - risposi -  << Il treno torna ad Albany, dico giusto? Ecco, preferisco rimanere sul treno, signore >> .
Il controllore s’accigliò ulteriormente, e il suo sguardo divenne quasi severo. Poi agitò verso l’alto il mento in segno di indifferenza
<< Bhè dovrà pagare il biglietto di ritorno. E pure con la multa, che i biglietti mica si fanno sul treno! >> . Tirò fuori un aggeggio elettronico che trenta secondi dopo sputò fuori il mio sovratassato biglietto.
Pagai, mi tolsi lo zaino dalle spalle e lo riposi sul portabagagli. Il treno sbuffò, oh sì! Tra pochi secondi se ne sarebbe tornato indietro, lontanissimo dallo spring training degli Orioles.
Mi sedetti e guardai di nuovo fuori. Aveva completamente smesso di piovere.


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